La Casa Bianca riscopre le virtù della diplomazia

La trasformazione è spettacolare. Riguarda Israele, ma soprattutto gli Stati Uniti. E non è affatto transitoria. L’America ha svoltato e riscopre le virtù della diplomazia. Era arrembante, è diventata saggia; era ambiziosa nel perseguire i piani per imporre la democrazia in tutto il Medio Oriente, e ora è realista. George Bush ha capito che in un mondo sempre più complicato e pericoloso, gli interessi degli Stati Uniti devono essere difesi ricorrendo a strategie diverse rispetto a quelle, di chiara impronta neoconservatrice, seguite finora. L’America riscopre la diplomazia e, con essa, la capacità di persuadere senza minacciare, di coinvolgere gli alleati anziché escluderli, di esercitare con sapienza tattica la propria superiorità morale ed economica. La svolta promossa dagli Stati Uniti sulla crisi in Libano e che ha colto di sorpresa il mondo è il frutto di una nuova strategia che, a quanto trapela dalla Casa Bianca, non è tattica ma strategica e le cui avvisaglie si erano manifestate al vertice del G8.
A San Pietroburgo il presidente statunitense si era mostrato insolitamente ragionevole, se non addirittura conciliante, soprattutto con Chirac e Putin. Ma pochi se n’erano accorti e quasi nessuno, sulla stampa internazionale, gli aveva dato credito. E invece ora ci si accorge che faceva sul serio è che il nuovo Bush è ben diverso dal «cowboy texano» che divideva il mondo tra amici e nemici, tra nuova e vecchia Europa. La sua è un’Amministrazione improvvisamente pragmatica, che sa ascoltare e rielaborare le proprie strategie considerando le opinioni e gli interessi dei propri alleati. Un’America che, grazie a Condoleezza Rice e ai nuovi consiglieri presidenziali, sa tessere soluzioni di straordinaria sottigliezza diplomatica o che perlomeno prova a farlo, come sta dimostrando in queste ore in Libano.
Washington ha ricucito con la Francia e si appresta a darle un riconoscimento di grande prestigio: la guida della forza Nato che dovrebbe essere schierata nel sud del Libano. Ha recuperato il rapporto con la Germania di Angela Merkel, che è destinata a diventare il principale referente europeo di Washington come lo era stato Kohl per molti anni. È persino riuscita a neutralizzare l’incognita Prodi e dopo aver preso atto che il presidente del Consiglio è intenzionato a rispettare i patti sia in Irak sia in Afghanistan, lo ha premiato scegliendo Roma come sede del vertice internazionale sul Libano.
La nuova America non lascia più nulla al caso e tende a condividere i meriti con gli alleati per rafforzare la credibilità del nuovo approccio multipolare. Sebbene d’accordo con gli Usa, è stato il segretario dell’Onu Kofi Annan a lanciare l’idea di una forza multinazionale di pace, a cui Israele domenica ha detto sì, dopo un incontro con il ministro della Difesa tedesco Frank-Walter Steinmeier. Gerusalemme avrebbe potuto ritardare l’annuncio di 24 ore e attendere l’arrivo del segretario di Stato Usa, ma Washington ha preferito concedere la ribalta alla Germania. La Rice ieri ha lanciato l’appello al cessate il fuoco a poche ore dal colloquio con il ministro degli Esteri saudita, quasi a dimostrare che le sollecitazioni di Riad erano state accolte. E sempre ieri i Paesi arabi moderati hanno proposto un piano di pace in sette punti, che di fatto recepisce tutte le indicazioni americane, e che sarà al centro dei colloqui di Roma, ma che ufficialmente è stato elaborato autonomamente: gli Usa non sono nemmeno citati.
Bush non vuole più imporre una pax americana, ma una pax che difenda gli interessi strategici del Paese. Poco importa la forma, conta la sostanza, anche a costo di evidenti retromarce, come quella nei confronti della Siria. Sebbene un anno e mezzo fa gli Usa avessero sostenuto la rivolta popolare che costrinse le truppe di Damasco a ritirarsi da Beirut, oggi si accorgono che senza la Siria non è possibile gestire il Libano. E dunque, pur senza ammetterlo, fanno un passo indietro, consapevoli che solo Assad può imbrigliare gli Hezbollah e interrompere il flusso dei rifornimenti in armi e denaro proveniente da Teheran. Recuperare la Siria, isolare l’Iran: sono queste le priorità della nuova «realpolitik» di Washington, senza ovviamente dimenticare Israele.
Dopo tredici giorni di combattimenti il governo di Gerusalemme scopre che l’Onu, l’Unione europea e persino tre Paesi arabi (Egitto, Giordania, Arabia Saudita) perseguono in Libano interessi che di fatto coincidono con i suoi. Si accorge di non essere più solo. E siccome Olmert non ha affatto intenzione di rioccupare il sud del Libano, anche perché teme che gli Hezbollah tenterebbero di trasformarlo in un nuovo Irak, martoriato dal terrore e dalle autobombe, capisce che una forza internazionale a guida Nato è nel suo interesse. Dunque si adegua. Il nuovo corso di Bush piace anche a lui. Piace sempre di più.
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