Casa Bianca, tutti clintoniani Comanderà Obama o Hillary?

Aveva promesso il cambiamento, ora il presidente si sta circondando di uomini usciti dalla scuola dell’ex presidente. E con cinismo ha liquidato molti collaboratori

Washington - Doveva essere un «Dream team», una squadra da sogno composta dalle migliori intelligenze in circolazione. Gente fuori dal solito giro, aveva promesso Barack Obama in campagna elettorale. Gente nuova e competente. E invece la nuova amministrazione sa già di vecchio e porta le stigmate non del primo presidente afroamericano della storia degli Usa, ma dell’ultimo inquilino democratico della Casa Bianca, che di nome fa Bill e di cognome fa Clinton. Basta scorrere la lista dei ministri e degli alti funzionari nominati per averne conferma: escono quasi tutti da quella scuola.

L’ultima scelta ha lasciato addirittura allibiti: Obama ha nominato a capo della Cia l’italoamericano Leon Panetta, che è stato a lungo il chief of staff di Bill, ovvero l’uomo che organizzava la sua agenda, i suoi incontri, che guidava il personale della Casa Bianca: un ruolo oscuro che dà poca visibilità, ma molto potere. Insomma, Panetta di nuovo non ha proprio nulla. E di sicurezza o di intelligence non si è mai occupato. Perché Obama lo ha scelto sebbene non abbia le competenze necessarie? Mistero.

Lunedì il presidente eletto ha annunciato altre cinque nomine: un ammiraglio in pensione, Dennis Blair, sarà il direttore nazionale dell’intelligence, ovvero lo «zar» dello spionaggio, e quattro alti funzionari al ministero della Giustizia; tutti e quattro ex funzionari dell’amministrazione Clinton.

E se si considera che Hillary sarà segretario di Stato, che un altro ex ragazzo prodigio dell’era di Bill, Timothy Gartner, guiderà il Tesoro e che sono clintoniani il ministro dell’Interno Janet Napolitano, l’ambasciatrice all’Onu Susan Rice, il ministro all’Edilizia Shaun Donovan, la direttrice dell’agenzia per la Protezione dell’ambiente Lisa Jackson, il superconsigliere economico Larry Summers, il quadro diventa esaustivo.
Ma dove sono finiti gli uomini di Obama? Spariti, o meglio abbandonati con raro cinismo all’indomani del trionfo elettorale. Ha tenuto a fianco a sé gli uomini della comunicazione, ha piazzato un conoscente di Chicago, Arne Duncan, all’Istruzione e, unica scelta davvero originale, ha affidato il ministero dell’Ecologia al Nobel Steven Chu, circondandolo però di collaboratori che non la pensano come lui. Tutti gli altri fedelissimi sono stati congedati con un grazie e una stretta di mano.

C’era, tra i prescelti, anche Bill Richardson, che avrebbe dovuto guidare il Commercio estero, ma è stato costretto a rinunciare pochi giorni dopo aver accettato pubblicamente l’offerta, perché coinvolto in un’inchiesta per corruzione. E Richardson, nonostante fosse a sua volta un ex dell’epoca Clinton, era stato fortissimamente voluto proprio da Barack. Da qui non pochi dubbi sulle sue capacità di monitoraggio. È così che sceglie i suoi più stretti collaboratori?
La gaffe non ha però intaccato la sua popolarità, che resta altissima, pari a quella di George Bush all’indomani dell’11 settembre. Le aspettative sono altissime e non solo in America: il mondo continua a credere alla retorica del cambiamento; ma in questi mesi di transizione Obama è parso più sensibile al richiamo dell’establishment che al rispetto delle promesse elettorali.

E la sua Chicago non lo ha certo aiutato. Il governatore democratico dell’Illinois, Rod Blagojevich, sotto inchiesta per aver cercato di vendere il posto da senatore lasciato libero proprio da Obama, non ha sentito ragioni e ha nominato Roland Burris, costringendo ieri il partito a sbarrargli fisicamente l’accesso a Capitol Hill per la seduta inaugurale del Congresso. Una sceneggiata poco decorosa e, certo, poco beneaugurante.
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