Casa comune contro lo scetticismo

Erano in pochi a scommetterci, ma la costruzione della casa comune dei moderati e dei riformisti è tornata ad essere all'ordine del giorno. C'è la decisione di Forza Italia, di An e dell'Udc di dar vita alla Costituente e c'è una data fissata per la sua prima seduta, già il 29 luglio. Da una fase preparatoria, scandita da incontri e seminari, si è giunti ad un atto formale d'inizio. E questa non è una piccola novità nella politica italiana, contrassegnata negli ultimi anni da tendenze alla frantumazione e alla lacerazione, quando non alla proliferazione di piccole «rendite di posizione», in entrambi gli schieramenti. E non è neppure una piccola novità per il centrodestra, dove sono diffuse incertezze, nonostante le parole spese in questi mesi e in queste settimane sia da Berlusconi sia da Fini sia da Casini.
Si è arrivati, dopo accelerazioni e frenate, all'inizio di un percorso che certamente ha di fronte a sé l'appuntamento del 2006 - quale candidatura per Palazzo Chigi? come sceglierla? quali modifiche alla legge elettorale? - ma che è carico di molti pesi: non si tratta solo della forma politica, ma dei contenuti e quindi dell'orizzonte a cui guarda una proposta, che ha preso corpo in un decennio e che sente il logoramento del tempo, dell'esperienza di governo e delle grandi prove a cui le tempeste globali l'hanno esposta. È un messaggio chiaro e trasparente all'opinione pubblica.
Eppure si avverte, tra osservatori e addetti ai lavori, uno scetticismo un po' paradossale: sembra quasi che non si riesca a prendere atto del fatto che le forze e le culture della Casa delle libertà siano capaci di misurarsi con un'impresa di rinnovamento. Sembra che il fallimento del tentativo compiuto negli ultimi anni da Romano Prodi di costruire un partito unitario a sinistra abbia apposto la parola fine ad ogni possibilità di guidare l'innovazione nel sistema politico.
Ma non si tiene conto di una differenza sostanziale. L'idea del numero 1 dell'Unione si è rivelata soprattutto una costruzione artificiale, finalizzata solo a rafforzare una leadership, tagliando ali e concorrenti, a costruire una testa d'urto elettorale e non a gettare le basi di un soggetto politico, unito da valori e da un'effettiva intenzione riformatrice. Il processo in corso nella Casa delle libertà è molto diverso. Quest'area, quest'alleanza, nonostante le divergenze e la crisi dell'ultimo anno e mezzo, ha resistito proprio perché in primo luogo sono comuni i grandi punti di riferimento che riguardano il mondo di oggi. Ciò le ha consentito di sopravvivere ad un bipolarismo, troppo spesso bugiardo, e di contrapporre - dopo le elezioni regionali - la prospettiva di un incontro unitario al rischio dell'implosione. Se non sono finite al vento le parole pronunciate da Berlusconi, da Fini e da Casini, se il progetto costituente è sopravvissuto alle riaffermazioni identitarie dell'ultima assemblea di An e del congresso dell'Udc, o alle polemiche sulla leadership e sulla legge elettorale, questo vuol dire che è prevalsa la convinzione che la strada migliore da imboccare è una nuova aggregazione.
Guidare o lasciarsi trascinare dalle spinte centrifughe e spesso inconciliabili di un Paese e di un continente in crisi, esposto alle diverse, ma convergenti minacce del terrorismo e del conservatorismo sociale? Se queste sono le domande che la cruda realtà pone alle leadership politiche, lo scetticismo nei confronti della fase costituente che si apre nell'area dei moderati e dei riformisti appartiene a uno dei paradossi che hanno penalizzato la storia italiana: chiedere a gran voce cambiamenti e novità per averne però subito paura.