Una «casa comune» costruita sui valori, ecco la strada vincente

La rifondazione della democrazia passa attraverso la ridefinizione del rapporto tra libertà e verità. Il progetto di autoliberazione dell’uomo che si è sviluppato a partire dall’illuminismo, ha voluto definire la libertà come l’assoluta indipendenza che l’uomo rivendica per le sue azioni, sia rispetto alle forze della natura, sia rispetto alla società che a Dio stesso. Questo progetto di «autoliberazione», nello spazio di due secoli, lungi dal realizzarsi, ha prodotto come risultato paradossale l’insignificanza dell’uomo e quindi la sua schiavitù, capovolgendosi, con il comunismo e con il nazionalsocialismo, nella più brutale oppressione della libertà mai conosciuta dalla storia. La libertà non va confusa con la nozione di un’indipendenza assoluta. La libertà dell’uomo non è assoluta, perché l’uomo non è perfetto. L’uomo non ha la capacità di fare tutto ciò che è libero di pensare e di volere; ma allo stesso modo l’uomo non ha il diritto, ossia la libertà morale, di fare tutto ciò che la sua natura libera gli rende possibile scegliere. La vera libertà umana ha una propria natura, regole da seguire. Se esiste una verità da conoscere e un bene a cui tendere, la scelta assume un profondo significato; se al contrario qualsiasi scelta è in sé valida perché è voluta, se le scelte si equivalgono, se bene e male sono correlativi, la scelta diviene insignificante e perciò «a-morale» e, pertanto, disumana. La libertà va definita nel suo rapporto con la verità, che è la conformità tra il giudizio del pensiero e la realtà dell’essere. La ridefinizione del concetto di libertà è dunque il compito più impegnativo che attende gli europei nel XXI secolo.
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La verità di una legge naturale costituisce il fondamento dei veri diritti dell’uomo. I diritti umani sono divenuti oggi il fondamento della distinzione tra «Stato di diritto» che riconosce i propri limiti e quello totalitario (Benedetto XVI). I diritti umani, a loro volta possono essere fondati solo attraverso un criterio assoluto che permetta di discernere il vero dal falso e il giusto dall’ingiusto. L’esperienza storica ha sconfessato la dottrina astratta di una libertà fondata sulla pura volontà di autodeterminazione dell’uomo. I diritti astratti, se rivendicati a tutto campo dagli individui, finiscono col confliggere con altri diritti individuali e soprattutto con quelli della società; la libertà di alcuni diventa sopruso per altri. I diritti umani sono relativi a quei rispettivi doveri al cui compimento sono peraltro necessari; un diritto è infatti sempre relativo a un dovere da compiere. Ogni diritto, in questo senso, è preceduto da un dovere. I diritti sono strumenti necessari per compiere determinati doveri e, reciprocamente, i doveri fondano diritti. Diritti e doveri sono orientati a un fine, altrimenti sono arbitrari e fittizi.
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Il diritto naturale è diritto razionale. Il fondamento dei veri diritti non è il principio relativistico dell’autodeterminazione dell’individuo, ma quello, ontologico, di una legge naturale oggettiva, immutabile nella sua essenzialità, incisa nel cuore stesso dell’uomo. Ciò comporta il riconoscimento dell’esistenza di una natura umana permanente, fonte di diritti comuni a tutti gli uomini. Secondo una formula classica, il diritto naturale esprime per l’uomo ciò che è conforme alla sua natura. E poiché la natura umana è per natura razionale, la conformità alla natura significa conformità alla ragione (Robert Spaemann). È questa la tradizione che dai giuristi romani, attraverso la teologia e il diritto del Medioevo, arriva fino ai nostri giorni e consente di fondare quel nuovo giusnaturalismo, sulle cui basi l’Occidente potrebbe ritrovare la propria identità e unità.
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I valori dell’Occidente sono perenni e universali. Solo il ritorno al diritto naturale e a una filosofia di valori può aiutare l’Occidente a superare le due «sindromi» che lo hanno portato alla catastrofe nel Novecento: l’arrendismo dello spirito di Monaco e il cinismo dello spirito di Yalta. I nuovi mondi che si affacciano alla ribalta del secolo XXI, a cominciare dall’Islam, contrappongono i propri valori a un Occidente considerato corrotto e decadente. L’Europa da parte sua professa la tesi dell’equivalenza di tutte le civiltà, rinunziando a esprimere giudizi e valutazioni di merito sulla base di principi e valori assoluti. Se però gli europei e gli occidentali rinunciano alla superiorità dei loro valori, non hanno nessuna ragione per mantenere indipendenza e identità e hanno al contrario molte buone ragioni per integrarsi e subordinarsi alle «identità forti» che premono su di essi. La strada su cui avviare un confronto tra Occidente e Islam, non è quella dell’esportare con la forza, sia essa militare o economica, modernizzazione e secolarizzazione, ma piuttosto quella di promuovere e diffondere i diritti umani, radicati nella legge naturale, e lo Stato di diritto, fondato sulla concezione di persona e sulla distinzione tra la sfera religiosa e quella politica.
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Il futuro della «Casa comune», più che in un «partito unico», sta nel definirsi come una Casa delle libertà e dei valori, aperta a tutti gli uomini di buona volontà. Verità e libertà, etica e politica, potere e diritto vanno ricomposti per dare a un progetto politico un’autentica forza culturale e morale. Ciò non significa auspicare la ricostituzione di un «partito cattolico», e neppure di un monolitico partito unico, ma piuttosto di una «Casa delle libertà e valori», intesa come un «grande centro» di principi e di verità. Nel quadro della democrazia secolarizzata in cui viviamo, e soprattutto dopo la fallimentare esperienza italiana del secondo dopoguerra, un partito confessionale e mono-ideologico non avrebbe senso. La forma nuova a cui dovrebbe tendere la nuova formazione politica dovrebbe essere quella di una «casa» aperta a tutti gli uomini di buona volontà, in cui, sulla base del diritto naturale e cristiano, si sostituiscano alle correnti di partito e alle strutture di potere, diverse anime e tendenze culturali e ideali, ognuna con una specifica identità, al fine di alimentare un confronto pacifico e aperto, che permetta di definire e proporre all’Italia un nucleo forte e condiviso di certezze politiche e di princìpi culturali e morali.

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