A casa del cuoco eroe

Cristiano Gatti

Per respirare un po’ di sana letizia del Natale non serve andare in capo al mondo: basta inoltrarsi nel nebbione della val Padana e sbucare improvvisamente alla luce radiosa di un salotto antico, dentro il centro storico di Faenza. Clarice, sette mesi, gattona sul tappeto e mi si arrampica sulle gambe, offrendomi un giocolego in segno d’amicizia. Mentre contemplo la bellezza di questa angelica pacioccona, mi viene spontaneo pensare a quanto sia strano il destino di noialtri umani: soltanto un mese fa, questa creatura soffriva la fame in una camera d’albergo di Mumbai, mentre fuori il fragore degli odii e delle guerre sconvolgeva il mondo degli adulti. Un mese fa il terrore e gli spari dell’assalto terroristico, adesso il calore e la tranquillità dell’estrema provincia italiana. Alla sua giovane età, questa signorina conosce già gli antipodi della vita. Guardandola con una tenerezza tutta particolare, il suo papà sospira: «Beata lei che non si è accorta di niente. Per noi è diverso: dopo quello che abbiamo passato, questo sarà il più bel Natale di sempre».
Se dico Emanuele Lattanzi, dico poco. Se dico lo chef-eroe di Mumbai, tutti quanti subito comprendono. È lui, questo giovane di 32 anni, senza un solo muscolo e un solo sguardo da Rambo, il Papà dell’anno. Premio San Giuseppe 2008. Sì, è lui che ad un certo punto dell’infernale assalto terroristico sfida i cecchini e i bombaroli, ma anche i divieti della polizia, per rientrare nell’albergo, dalla sua Sacra Famiglia. Il ricordo è ancora in presa diretta: «Da tre giorni sono fuori, in strada, ad aspettare. Parlo al telefono con mia moglie, rimasta dentro. Sa, al momento dell’assalto, le nove di sera, io stavo lavorando al ristorante e sono riuscito a fuggire con la clientela, ma lei era nella nostra suite...».
La signora Lea interviene per una candida confessione: «La bimba dormiva, io stavo leggendo Gomorra, il libro di Saviano. Proprio pagine in cui i boss sparano. Quando ho sentito i primi botti, sinceramente ho pensato che fossero frutto della mia suggestione. Poi, guardando dalla finestra, ho realizzato. Nel frattempo, mi hanno chiamato dalle camere di fronte le massaggiatrici dell’albergo. Ho preso la bimba e sono andata con loro. Per fortuna, avevano dei biscotti. Per due giorni alla bimba abbiamo dato questo: due biscotti e un po’ d’acqua ogni quattro ore. Ma al terzo giorno, non c’era più nulla. Ho cominciato a temere per lei. L’ho detto via telefono a mio marito. Dopo un po’ questo pazzo mi si è presentato in camera…».
Riprende il papà: «Che dovevo fare. Sin dal primo minuto avevo detto che sarei rientrato a riprendermele. Ma le autorità me lo impedivano. Quando però ho saputo che Clarice non aveva più niente da mangiare, ho detto chiaro e tondo: se volete, sparatemi alle spalle. Ma io vado. Allora hanno capito. Le teste di cuoio mi hanno coperto. Loro armate fino ai denti, io armato di latte, biberon e pannolini. Paura? Se l’avevo, non l’ho sentita. Io dovevo arrivare dalla mia bambina, mica potevo pensare alla paura…».
Quando il papà entra nella camera, la piccola Clarice non sa che questa volta è un papà-eroe: per tutti i bambini del mondo, il papà è un eroe tutti i giorni. «Pà-pà», dice la bimba con il grandioso sorriso sdentato della sua candida età, con quel suo vocino ancora da apprendista, che sarebbe capace di sciogliere in panna qualsiasi papà del mondo. «Mi ha chiamato tante volte papà. E chissà quante altre volte mi chiamerà papà, in vita sua. Ma “quel” papà, giuro, non lo scorderò mai».
Un mese dopo, eccoli qui immersi nella più bella storia a lieto fine che il Natale italiano possa offrire. Siamo nella casa dei genitori di lei, i signori Cavina, famiglia storica di Faenza, con un passato di lavoro anche in Sudafrica. Una cosa devo subito accuratamente evitare: chiamare eroe il papà-eroe. Non vuole. Non gli piace. «Guardi, mi hanno chiamato anche a Porta a Porta, tra tanta gente che avrà un Natale particolare. Soprattutto difficile. Ma io non c’entro. Io avrò un Natale bellissimo. E non ho soldi da chiedere. Se vogliono darmi una medaglia, la prendo anche volentieri. Ma più che altro per ricordo. Sia chiaro però che non sono un eroe. Io non ho fatto l’eroe: io ho fatto il papà».
Un italiano vero, il giovane papà Emanuele. Originario d’Abruzzo, cresciuto a Roma, ha una storia particolare. Sin da piccolo gli spunta il bernoccolo della cucina. A sette anni lancia in orbita la prima frittata, nella cucina della nonna. Da lì in poi, la carriera. Scuola alberghiera, il primo impiego a Roma sbucciando patate, quindi l’esperienza a Londra. Qui conosce Lea, giovane manager alberghiero, e da questo momento non si lasciano più. Nel 2005, offrono a Emanuele di avviare un ristorante italiano a Mumbai. Lui accetta. La giovane moglie, che ora lavora a Roma, lo raggiunge a periodi. Giusto il tempo di incrociarsi e confezionare l’avvenente Clarice, che adesso si sta sgranocchiando un mattoncino delle costruzioni, seduta sul tappeto dei nonni. Il resto è grande cronaca: ad agosto moglie e bambina raggiungono il capofamiglia a Mumbai, in novembre l’assalto terroristico e tutto quanto il resto.
Grande chef, Emanuele. Cucina tradizionale rivisitata, senza stravolgimenti. Proprio quest’anno ha vinto il premio del miglior cuoco italiano all’estero. Il 17 gennaio gli sarà conferita l’onorificenza. Poi, tornerà a Mumbai: senza paure, senza tremori. Ha un impegno fino a settembre, niente gli impedirà di onorarlo. Sono fatti così, gli italiani d’esportazione. Tra tanti successi gastronomici, considera un altro il suo vero capolavoro: me lo indica proprio mentre questo capolavoro sta cadendo in avanti, sul tappeto, cercando di entrare nello scatolone dei giochi. «Questi sono giorni belli - spiega il suo papà - perché finalmente ci stiamo riprendendo. Adesso Clarice ha bisogno solo di questo: di un bel Natale in famiglia». Come tutti quanti noi.
Clarice avrà il suo bel Natale. Papà le preparerà pappe particolari, a base di lenticchie e di cappone. «Però qui non sono chef. Sono sguattero. Comanda mia suocera. Io l’aiuterò a fare i cappelletti. In più, siccome sono un pescatore, passerò la vigilia in montagna, cercando trote nei torrenti. Ne ho già presa una di un chilo. Se sarà ancora pesca fortunata, faremo un cenone a base di trota. Sempre che la suocera sia d’accordo».
Clarice non sarà sola: dalla Toscana arriverà il cuginetto Antonio, nato anch’egli in maggio, a poche ore di distanza. In questa casa di Faenza, un mese fa immersa nell’angoscia più cupa, sarà come avere un Natale doppio, con due bambinelli a risollevare gli animi. E siccome sarà un Natale unico e indimenticabile, avrà pure un finale esagerato: il 27, tutta la famiglia si dirigerà in chiesa per un doppio battesimo. Non ci saranno pastori e non ci saranno i Magi, si spera anche non ci siano fotografi a rompere l’anima. Ma ci sarà certamente una stella a illuminare la scena e una mano celeste a porgere una carezza speciale. Sì, saranno giornate radiose e piene. A Faenza come a Betlemme. Come ovunque l’insondabile mistero di una nuova, innocente, fragile vita finisca per trionfare sulle tenebre del mondo e sulla stupidità degli uomini. Stiamo saldi, scacciamo la paura: se Dio vuole, ancora una volta, più forte di tutto, sarà di nuovo Natale.