La Casa delle libertà insorge «Ridicolo, siamo inorriditi»

da Roma

«Dieci, cento, mille Calderoli»: sembra iniziare così, dopo la decisione della magistratura, una nuova fase nell’affaire Calderoli. Il giornale L’Opinione, noto soprattutto per i suoi atteggiamenti garantisti, lancia la parola d’ordine in evidente polemica con la magistratura e con quanti, estremisti di sinistra, hanno urlato nei cortei «Dieci, cento, mille Nassirya». Per il quotidiano diretto da Arturo Diaconale, «l'ignobile strumentalizzazione elettorale del caso Calderoli da parte dell'Unione rende evidente la sproporzione tra la parziale esibizione di una maglietta e le manifestazioni di protesta nei paesi arabi sfociate in incidenti, violenze, devastazioni e decine di morti. La Lega cavalca l'istintiva reazione negativa degli italiani alle violenze gratuite».
Dello stesso tono la presa di posizione di Fabrizio Cicchitto, coordinatore di Forza Italia: «Ci mancava solo l'intervento della Procura di Roma, per la quale peraltro coloro che hanno gridato 10, 100, 1000 Nassirya sono degli intoccabili. A rigor di logica, qualora la magistratura volesse intervenire in questa vicenda dovrebbe occuparsi anche di chi ha assaltato e incendiato».
Anche il coordinatore azzurro Sandro Bondi definisce «surreale» la notizia: «Ora si rasenta il ridicolo. La notizia di un’indagine da parte della magistratura appare come un avvenimento surreale. Occorre riportare i fatti alla loro reale dimensione». E sottolinea di rimando la necessità che «dopo gli strali consumati nei confronti di Calderoli, Prodi e i suoi alleati si degnassero di spendere una parola di condanna nei confronti di chi ha compiuto azioni violente e vandaliche, insieme a una severa presa di posizione a favore delle vittime innocenti che in questi giorni hanno pagato, senza alcuna colpa, il solo fatto di professare la religione cattolica. Ma siamo coscienti che il leader dell’Ulivo, anche in questa occasione, rimarrà in silenzio per non urtare le nutrite frange estremiste del suo schieramento».
Per Alfredo Biondi, il vicepresidente alla Camera, il gesto della magistratura sembra «un gesto di antiquariato penale». «Calderoli indagato? Indagine inopportuna. La questione si è chiusa sul piano puramente politico con il gesto delle dimissioni. Trascinare oltremodo questa vicenda anche sul piano giudiziario è francamente fuori luogo», così il segretario della Democrazia cristiana, Gianfranco Rotondi.
Fa un distinguo Marco Taradash, uno dei radicali che è rimasto nel centrodestra con i Riformatori Liberali e che si dice indignato dall’iniziativa della magistratura: «Il ministro Calderoli ha sbagliato a indossare la maglietta con le vignette danesi sull'Islam. Ma il suo unico sbaglio è stato di aver coinvolto nella sua azione la responsabilità del governo, non di esibire (per 2 secondi!) una maglietta che di per sé è un simbolo delle libertà di espressione e un segno della differenza fra la parte libera del mondo e quella sottomessa alla dittatura del fanatismo e del terrore».
«La magistratura italiana continua a farsi male da sola con iniziative, come quella della Procura di Roma, che non stanno né in cielo né in terra», così il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi (Udc). «Non è mia abitudine commentare le decisioni della magistratura - ha detto il ministro all’Ambiente Altero Matteoli - ma ritengo grave che Calderoli, che si è dimesso dal suo incarico, venga iscritto nel registro degli indagati, per un’ipotesi di reato di vilipendio della confessione religiosa, mentre la stessa magistratura non fa nulla contro chi in questi giorni a Roma ha gridato dieci, cento, mille Nassirya».
«I disordini accaduti in Libia erano programmati da tempo, come dicevano i rapporti che conoscevamo, e non sono certo da legare alla vicenda della maglietta di Calderoli con le vignette», afferma il ministro di Giustizia, il leghista Roberto Castelli. Roberto Maroni, a margine del consiglio federale della Lega, ha commentato con un «sono inorridito. Il mondo gira al contrario». E l’europarlamentare Mario Borghezio: «Mi sembra che i magistrati romani si ispirino più alla fatwa che alle leggi di un Paese libero e democratico».