Casa e aiuti a chi segue le regole Così ha vinto il modello Verona

In pochi mesi è stato smantellato un campo «storico»: i disciplinati hanno avuto un alloggio, gli altri se ne sono andati da soli

nostro inviato a Verona
Si può fare, come avrebbe detto Walter Veltroni: si può smantellare un campo rom che la procura della Repubblica aveva definito «una fucina di delinquenza», e si può farlo in pochi mesi, senza espulsioni, mettendo d’accordo un sindaco come Flavio Tosi e le associazioni cattoliche, tra gli applausi della Chiesa («è stata scelta una modalità rispettosa della loro dignità», dice il direttore della Caritas, don Giuliano Ceschi) e perfino della comunità romena: migliaia di persone che finalmente non vengono più identificate con gli zingari. Si può fare in una città come Verona, che magari non è quel covo fasci-nazi-razzista che molti si divertono a dipingere.
«Non arriverei a chiamarlo “modello Verona”», abbassa il tono Stefano Schena, direttore del Centro Don Calabria. Sette anni fa fu il primo a doversene occupare, quando circa 270 nomadi fuggiti dalla Romania dopo la morte di Ceausescu si accamparono in un vasto terreno proprio accanto al centro polifunzionale intitolato al santo veronese dei poveri. Intervenne il Comune (allora la giunta era di centrosinistra) a chiedere un progetto di integrazione. Il programma prevedeva di trovargli casa, scuola, lavoro e assistenza sanitaria; ottimi propositi che però richiedevano tempi lunghi. Nel frattempo l’amministrazione piazzò i rom in un’area a Boscomantico, estrema periferia cittadina a ridosso del quartiere di Chievo. Tifosi educati, avrà pensato il sindaco Paolo Zanotto, e dunque cittadini tolleranti.
Quella che doveva essere una soluzione temporanea si trasformò in una centrale criminale che dal 2002, dice Tosi, «tra allestimento e gestione è costata due milioni di euro alla collettività». Gli operatori del Don Calabria e di altri gruppi assistenziali facevano studiare i ragazzini per toglierli dai semafori, ma faticavano a trovare case e lavoro per i genitori: «È difficilissimo rompere il muro di pregiudizio di tanti imprenditori e proprietari di immobili», spiega Schena.
Ma è altrettanto dura convincere il «popolo invisibile» ad adeguarsi alle regole. Nel campo nomadi i delinquenti imponevano la legge omertosa del clan. Il bubbone scoppiò nel 2005 con l’accavallarsi di alcune inchieste giudiziarie, di cui una per pedofilia: alcuni rom furono accusati di vendere i figli, un assessore dovette dimettersi. E poi furti, ricettazioni, sfruttamento minorile. Nulla di diverso dal resto d’Italia.
L’anno scorso, in campagna elettorale, Tosi promise che avrebbe fatto piazza pulita. Appena eletto convocò un vertice con il prefetto, il Don Calabria e la Caritas. Niente ultimatum, niente sgomberi a forza, ma l’impegno degli enti caritativi ad accelerare i tempi del progetto. Dal 2002 al 30 giugno 2007 avevano ottenuto una casa soltanto 12 nuclei familiari; in nove mesi sono stati trovati altri 23 alloggi in varie località della provincia.
«Tutte famiglie che hanno accettato di mandare i figli a scuola, evitare l’accattonaggio e rispettare le regole», dice don Ceschi. Vengono assistite, accompagnate e controllate una per una dagli assistenti coordinati da Don Calabria; a fine agosto si farà una prima verifica. La svolta decisionista ha costretto i delinquenti ad andarsene da soli. Il campo è stato smantellato senza uno strillo di contestazione.
«La nostra è una “terza via” tra lo sgombero e il buonismo generalizzato - aggiunge Schena -: la strada lunga e rischiosa dell’integrazione». Sintetizza il direttore della Caritas: «Ognuno ha fatto la sua parte, non ci sono state scelte repressive ma sono state offerte occasioni dignitose di vita: la questione dei rom dipende da come le città decidono di gestirla».