A casa il Garante che non dà garanzie

Avevamo ragione e ve lo abbiamo dimostrato. Le foto equivoche di Silvio Sircana ci sono e questo, ormai, è fuori discussione. Così come non c’è più alcun dubbio che qualcuno – forse Fabrizio Corona, forse altri – si preparava a ricattare il portavoce del governo. Forse, addirittura, aveva già messo in atto qualche tentativo. La meschina operazione predisposta dalle parti di Palazzo Chigi per imbavagliarci e insabbiare la scabrosa vicenda, dipingendoci come autori di un falso scoop, è stata spazzata via in pochi giorni. Quei giornali che hanno sparato in prima pagina la ritrattazione del paparazzo di Corona, facendo credere ai propri lettori che le immagini di Sircana con l’auto ferma davanti a un transessuale fossero un’invenzione, oggi dovranno prendere atto della contro-ritrattazione.
Come raccontano nelle pagine interne i nostri inviati, Massimiliano Scarfone, il fotografo che pedinò il portavoce del governo, di fronte ai magistrati ha dovuto ammettere che quelle foto sono sue e che lui stesso le ha consegnate a un’agenzia di Milano. Ci sarebbe da chiedersi chi ha indotto Scarfone a negare di avere mai immortalato Sircana accanto al trans, ma verrà tempo anche per questo. Per ora limitiamoci a registrare la cronaca. Che cosa facesse Silvio Sircana in quella strada, perché rallentasse di fronte a ogni figura che si stagliava sul marciapiede, così come ha raccontato Scarfone, a noi poco importa. Ci interessa solo di aver detto la verità, di aver raccontato una storia di interesse pubblico, perché il tentativo di ricatto al braccio destro del premier Romano Prodi è vicenda di interesse pubblico e nessun Garante della privacy, nessun guardiano dell’Ordine dei giornalisti riuscirà mai a imbavagliarci.
Detto questo, consentiteci una breve riflessione sulla nostra categoria, quella dei giornalisti. Una categoria sempre pronta a riempirsi la bocca di parole come deontologia e libertà di stampa, ma altrettanto lesta a derogare ai suoi doveri quando di mezzo c’è il potente di turno. Questo mestiere abbonda di bravi ed eccellenti giornalisti, ma nel caso Sircana abbiamo assistito, soprattutto per quanto riguarda direttori (fatte salvo rare eccezioni) e vertici delle organizzazioni di categoria, a un esempio di tartufesca ipocrisia. Tutti preoccupati di ledere la privacy del portavoce del governo, dopo aver leso senza alcuno scrupolo il decoro di centinaia di persone. Per difendere Sircana sono scesi in campo con gli insulti, organizzando un autentico linciaggio contro Il Giornale. Pensavano di isolarci, di ridurci al silenzio. Ma le migliaia di mail che ci sono giunte dai lettori, dalla gente comune, di destra e di sinistra, hanno rotto l’isolamento e ci hanno dato ancora più forza. E di questo ringraziamo tutti.
Per quel che riguarda Silvio Sircana, che del tentativo di ricatto è una vittima, possiamo solo dire che un uomo di governo, anche se non commette nulla di male, è meglio che non s’infili in situazioni imbarazzanti. Soprattutto è meglio che eviti certi viali. Qualcuno ne ha chiesto le dimissioni. A nostro parere non c’è motivo che se ne vada. Chi deve andarsene – e in fretta – è colui che ha organizzato l’operazione bavaglio. Un Garante della privacy che garantisce solo quella del portavoce del governo non è degno di ricoprire il ruolo affidatogli dallo Stato. E con lui se ne devono andare i suoi ispiratori.