«Casa Margherita è una famiglia ma non era il posto giusto per lui»

La denuncia del sindaco di Belvedere. Interrogato un testimone, anche lui ospite della comunità e con precedenti per omicidio

nostro inviato a Dogliani (Cuneo)

Il tragico interrogativo è senza risposta da mercoledì pomeriggio. Che cosa ci faceva un pazzo omicida con precedenti gravissimi in un centro come Casa Margherita? Come può un uomo dalla personalità così violenta uscire di cella ed essere spedito in una lontana struttura psichiatrica classificata di tipo B (destinata cioè a chi è avviato verso la riabilitazione)? Sono le domande cui cercano di rispondere i carabinieri della compagnia di Fossano e della stazione di Dogliani, coordinati dal procuratore capo di Mondovì Riccardo Bausone. I due ultimi mesi di Simone Giorgeri sono sintetizzati dai suoi avvocati, Valter Mattarocci ed Enzo Frediani. L'uomo è uscito dal carcere dopo aver scontato un residuo di pena di quattro mesi. Il tribunale di Massa ha disposto che venisse affidato a un centro di recupero ma gli assistenti sociali del Centro di igiene mentale della città toscana che lo avevano in cura sarebbero riusciti a trovare posto soltanto nella comunità di Belvedere Langhe. Ora gli ospiti sono 16, il fatidico diciassettesimo è in cella, e 17 sono pure gli operatori tra medici e infermieri. Era la struttura più vicina e pare che Giorgeri non volesse saperne di mettersi in viaggio: aveva paura, pretendeva una meta meno lontana e un accompagnatore. Alla fine ha dovuto cedere e prendere da solo il treno per le Langhe. «Ma Casa Margherita non era adatta a uno con quei trascorsi - protesta il sindaco di Belvedere, Gualtiero Revello - ci voleva una struttura più sorvegliata». Lì Giorgeri ha trovato Manuela Schellino, giunta da pochi giorni. «Non era la sua addetta personale - spiega il sindaco - perché l'assegnazione segue dei turni». Sembra che il ragazzo si trovasse bene con lei perché aveva tatto e pazienza. «È una che ci sapeva fare con la gente sofferente», mormora una vicina di casa nella borgata Valdibà, cascinali sparsi tra i noccioli della «tonda gentile del Piemonte» e le vigne del Dolcetto. «In vent'anni gli ospiti della Casa Margherita non hanno mai creato problemi a nessuno - aggiunge Revello -, né richiami né molestie. Ispettori dell'Asl e carabinieri del Nas eseguivano controlli periodici. Il comune ha una convenzione per fare eseguire ai malati psichiatrici alcuni lavoretti periodici, come spazzare le strade. I dipendenti lavorano con il cuore e trattano gli ospiti come fratelli». Sono frequenti le uscite a gruppetti guidate dagli operatori. Visite al mercato di Dogliani, un'aranciata o un caffè al bar, una fetta di torta in uno dei tanti agriturismi, passeggiate nel labirinto di stradine che seguono i saliscendi delle colline. E il viottolo che porta verso contrada Casale è uno dei percorsi preferiti: un nastro d'asfalto di quasi tre chilometri che finisce sul luogo del delitto. Manuela era uscita con due ospiti, l'omicida e un altro che è fuggito. Teli neri coprono ancora le macchie di sangue. Al bivio con la strada principale, un fiocco azzurrino lega al paracarro un mazzo di gigli bianchi. Sul bigliettino è scritto «Tvtb, Bruna e Manuela»: ti voglio tanto bene, nel gergo striminzito degli sms. Ieri pomeriggio Giorgeri è stato interrogato due ore e mezzo. Nella cella di isolamento, dove è rinchiuso sotto controllo costante da mercoledì pomeriggio dopo essersi costituito alla caserma di Dogliani, l'omicida è stato sentito urlare e ripetere di essere soddisfatto di quello che aveva fatto. «È convinto di aver liberato il mondo da chissà quale demone», spiegano gli avvocati. I magistrati stanno anche valutando la posizione di un altro ospite della comunità protetta che ha assistito all'omicidio, ma non vi ha preso parte attiva. Ha anche lui precedenti per un delitto. È stato interrogato ieri e nei suoi confronti non è stato presso alcun provvedimento.