La Casa della memoria in bianco e nero

Stefania Malacrida

Metamorfosi di un foglio di carta. Dal fondo chiaro emergono sagome di volti e paesaggi, sempre più precise, sempre più scure, fino a comporsi in un’immagine: la copia esatta di quel ritaglio di mondo catturato in uno scatto. Che magia doveva sembrare a metà Ottocento la neonata tecnica fotografica.
I primi «flash» di Milano risalgono agli anni Quaranta del XIX secolo, quando alcuni pionieri del genere tornarono da Parigi con i primi enormi apparecchi. E fu subito foto-mania. Milano divenne capitale della nuova moda, tanti furono i personaggi stregati da quell’alchimia a base di liquidi, sali e albumina.
Fotografi, mecenati, architetti, viaggiatori e collezionisti. Tutti indaffarati, per passione o professione, a trafficare con quei rettangoli di cartone, perfette miniature del quotidiano. Passate di mano in mano, vendute, comprate, donate, finite in raccolte confluite in altre raccolte. Fino ad approdare qui, in quello che oggi può essere considerato un tempio del collezionismo: il «Civico archivio fotografico» del Castello. «Il nome archivio non rende l'idea - spiega Silvia Paoli, prima conservatrice della struttura dal 2001 -. Non è un luogo polveroso per specialisti, ma un patrimonio aperto a chiunque cerchi tracce di un passato recente».
Un classico utente è il milanese «doc», desideroso di vedere la sua strada come appariva un secolo fa. Più che un archivio, dunque, una casa della memoria. O un labirinto di specchi, dove prendono forma giochi di sovrapposizioni: si confronta com’era e com’è; chi c’era, e chi non c’è più, ma è ancora lì, in quelle foto, col suo volto candido in bianco e nero e gli indumenti d’altri tempi.
La struttura è aperta a tutti. Per pochi euro chiunque può avere la sua Milano dei ricordi, stampata fresca fresca per l’occasione da uno dei 300mila «negativi» tanto preziosi quanto i loro fratelli maggiori, i «positivi», come il gergo tecnico definisce le foto. Tra gli uni e gli altri, oggi la raccolta del Castello nata nel 1900, conta circa 600mila esemplari. Una fitta foresta con al posto delle foglie, le fotografie. Si distinguono tre grandi ceppi, arricchiti da innesti successivi di fondi, tutti legati a illustri famiglie meneghine. Innanzitutto la collezione Luca Beltrami, architetto artefice della Milano post-unitaria, quando il Duomo era circondato da casette e la Galleria ancora non c’era. Poi le fotografie della Raccolta Bertarelli, un immenso patrimonio di scatti a partire dall’Ottocento, da tutto il mondo (Luigi Vittorio Bertarelli fu fondatore del Touring). Infine la collezione Lamberto Vitali, primo e vero studioso della fotografia.
Immagini dal 1839 ad oggi, che attraversano tutte le tecniche sperimentate. Dalle più note stampe all’albumina ai più oscuri e preziosi dagherrotipi o ferrotipi, rare vestigia di un’arte nascente. Un mare di foto riscoperto nella sua pienezza solo da qualche anno, con l’arrivo del curatore, figura voluta dal Testo Unico del ’99 sui beni culturali.
L’opera di schedatura ha riportato alla luce migliaia di esemplari rimasti occultati per decenni. Tra questi pezzi unici. Del resto il Castello è lo scenario ideale per una caccia al tesoro. Ed ecco spuntare vere e proprie perle, come le immagini della Repubblica romana del 1849, primo vero reportage. Oppure preziosi documenti su numerosi angoli del mondo, che fanno dell’archivio di Milano una tappa obbligata per studiosi, storici o artisti in cerca di nuove commistioni.
«Due anni fa - prosegue Silvia Paoli - abbiamo avuto la visita del direttore dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, venuto per vedere la riproduzione del 1880 della chiesa moscovita di San Salvatore, distrutta nel periodo staliniano e ricostruita anche grazie a quella foto. Fu un incontro commovente - continua la curatrice -. E il professore di fronte a quelle immagini non riuscì a trattenere le lacrime».
Succede. Non c’è «cuore di pietra» che tenga alla vista delle finestre del nostro palazzo catapultato indietro di 50 o 100 anni, proprio quello dove giocavamo da piccoli, ma allora noi non eravamo ancora nati e, che strano, dentro si consumava un’altra vita. Un cortocircuito temporale. È la magia delle foto. Anche oggi, che per stamparle basta un clic.
L’Archivio Fotografico è aperto al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12.30. Telefono 02-88.463.664.