Casa di Montecarlo, 30 giorni di silenzi e bugie

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In un mese Fini non è riuscito a rispondere alle domande sollevate dal <em>Giornale</em> sull’appartamento venduto a due società off-shore e affittato
al &quot;cognato&quot;. Ecco la cronaca, giorno per giorno, dell’estate più
difficile del presidente della Camera
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Silenzi, bugie e ancora silenzi. Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo. Trenta giorni di domande dal Giornale, un mese senza risposte dalla terza carica dello Stato. Fini, da autentico campione della libertà di stampa, alle migliaia di lettori che chiedevano spiegazioni ha assicurato una sola certezza: querele a raffica a chi ha messo il naso nei suoi affari. Per il resto, siamo dalle parti della nouvelle vague, naturalmente in salsa monegasca.

L’appartamento
È il 28 luglio quando il Giornale porta i suoi lettori nel Principato, in boulevard Princesse Charlotte 14, l’indirizzo più importante dell’agenda politica di questa estate. Il servizio di Gian Marco Chiocci - Fini, la compagna, il cognato e una strana casa a Montecarlo - pare preso a prestito dal repertorio della commedia all’italiana. E in effetti, puntata dopo puntata, i lettori s’indigneranno e sorrideranno come in certi vecchi film, davanti al rosario di reticenze, ambiguità, furberie di questa storia. Ma è altrettanto certo che nel giro di 48 ore il Giornale ricostruisce meticolosamente il caso: c’è un appartamento, a Montecarlo, che la contessa Colleoni ha lasciato in eredità al partito di Gianfranco Fini. Sessanta-settanta metri quadri che a quelle latitudini in cui il metro quadro vale oro sono un piccolo tesoro. Un tesoretto sprecato: perché An non ha tenuto in debita considerazione quei vani e alla fine, nel 2008, li ha venduti a due società off-shore costituite nei Caraibi. Il prezzo? Solo 300mila euro. Strano. Anzi due volte strano: perché la prima, la Printemps, ha lasciato il passo alla seconda, la Timara, sempre rigorosamente di Santa Lucia, paese segnalato dall’Ocse perché a rischio riciclaggio. E che fa la Timara, al termine di quella carambola tropicale? L’anno scorso affitta il quartierino a Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini. Insomma, il presidente non si è preoccupato di far cassa, ma ha sistemato il fratello della sua compagna, Elisabetta Tulliani.

Avvocati contro «il Giornale»
I dubbi, i sospetti e i retropensieri sono più che legittimi, ma la vicenda rischia di finire nel ridicolo. Chiocci bussa diligentemente alla porta di boulevard Princesse Charlotte, ma Tulliani invece di aprirgli e offrirgli le spiegazioni con un caffè chiama la suretè publique che arriva di volata, manco fosse in corso una rapina, blocca Chiocchi, lo fotosegnala e lo invita a tornare rapidamente in patria. L’avvocato Michele Giordano supera Tulliani: «Chiocci ha battuto i pugni sulla porta, voleva quasi fare irruzione». Testuale. Come si faccia a fare una quasi irruzione è un mistero, uno dei tanti di questa inchiesta. Tulliani, dopo aver valorosamente affrontato il Giornale, si chiude nel suo bunker e non ci sarà più verso di strappargli una parola, nemmeno con le tenaglie. E Fini?

Conferenza senza domande
L’ex leader di An tace. Il 30 luglio il Giornale mette in pagina dieci domande per il presidente della Camera. Le stesse questioni che si pongono i lettori. Come mai l’appartamento, situato in uno degli snodi più appetibili del mercato immobiliare mondiale, è stato svenduto, a un quinto se non a un decimo del suo valore? E chi c’è dietro la società off-shore che l’ha comprato? Ancora, come è possibile, incredibile coincidenza, che sia stato affittato proprio al cognato? La mattina il Giornale è un gran punto di domanda, al pomeriggio nasce Futuro e libertà. Il momento è storico, Fini invece è sbrigativo, al minimo sindacale: parla e non accetta domande, nemmeno una. Ma il Giornale non stacca.

«Su di me falsità»
Agosto porta in regalo ai lettori del Giornale il contratto di vendita dell’appartamento, firmato l’11 luglio 2008. L’atto è assai istruttivo perché nel cedere l’immobile alla Printemps il senatore Francesco Pontone scrive di agire «in nome dell’associazione chiamata Alleanza nazionale, in virtù dei poteri, compreso quello di disporre dei beni sociali, che gli sono stati conferiti dal signor Gianfranco Fini». Più chiaro di così. I conti, tutti i conti, non tornano. E il Giornale scova anche l’imprenditore, Stefano Garzelli, che ha effettuato i lavori di ristrutturazione in boulevard Princesse Charlotte. Garzelli è esplicito: «Tulliani era sempre sul cantiere». Fini, a questo punto, potrebbe pure gentilmente rispondere e invece va democraticamente all’attacco: «Il Giornale scrive falsità su di me. Lo querelerò».

Anche la Procura indaga
Fini cerca di mettere il bavaglio al Giornale, intanto la Destra di Francesco Storace presenta un esposto e la Procura di Roma apre un’inchiesta. L’ipotesi di reato è truffa aggravata. Insomma, i supposti veleni sparsi dal Giornale sono ritenuti meritevoli di approfondimento dalla magistratura. E Fini sportivamente si adegua: «Ben vengano le indagini». Che infatti sono già venute. Sia benvenuta l’indagine, ma non l’inchiesta del Giornale le cui domande cominciano a marcire nell’attesa di una risposta che non vuole arrivare.

I «chiarimenti» di Fini
Finalmente, l’8 agosto il leader di Fli si decide a dire la sua. Ma chiarisce poco o nulla. Perché un immobile che valeva 1,5 o 2 milioni di euro è stato ceduto ad un prezzo stracciato? E perché ad una società off-shore? E chi c’è dietro questo schermo impenetrabile? Ancora, come si arriva dai Caraibi al cognato? E quanto paga il fratello di Elisabetta? I quesiti restano in fila indiana fino a formare un ingorgo di punti di domanda. Che Fini con le sue parole ingarbuglia ancora di più. «Non corrisponde al vero - afferma il leader di Fli - che siano state avanzate a me o ad altri proposte formali di acquisto». È una bugia che Fini confeziona dopo aver confezionato tanti silenzi. Il senatore Antonino Caruso andò addirittura a Montecarlo. Qualcuno offriva 1 milione di euro, altro che 300 mila. E Caruso girò la segnalazione a Pontone, poi non ne seppe più nulla. Forse quell’offerta non era abbastanza «formale»? Fini fa di più perché mescola pericolosamente notai e date andandosi ad impiccare al secondo passaggio, dalla Printemps alla Timara, di cui non dovrebbe sapere nulla. Strano. Molto strano. In conclusione manifesta il suo «disappunto» perché ha saputo a cose fatte che era proprio Tulliani l’inquilino dell’appartamento. Non c’è che dire: Scajola ha fatto scuola. Fini non sapeva come non sapeva il ministro dello Sviluppo economico che, però si è dimesso. Il Giornale comincia a raccogliere le firme per mandare a casa la terza carica dello Stato. Una valanga di lettori sposa l’iniziativa.

La guerra dei mobili
In vista di Ferragosto il Giornale scova anche il negozio in cui la signora Tulliani avrebbe acquistato i mobili per Montecarlo. Un testimone con nome e cognome, David Russo, spiega al Giornale: «Due volte la signora Tulliani era accompagnata da Fini». Il presidente firmava autografi. Manca la bolla di consegna a Montecarlo, ma Russo non ha dubbi. Fini invece risponde sempre allo stesso modo: querela il Giornale. E ironizza: «Se trovano le fatture del portaombrelli sono nei guai». Il Giornale trova di meglio: due testimoni che l’hanno visto a Montecarlo. Sono l’imprenditore Luciano Care, che lo intrecettò a novembre nell’androne del palazzo, e l’ingegner Giorgio Mereto. Mereto, impaurito, smentisce ma viene smentito a sua volta dalla registrazione dell’intervista.
Silenzi. Bugie. E ancora silenzi. Una giostra che gira da trenta giorni, un presidente e un cognato che non rispondono a domande elementari. Semplicissime. In apparenza, banali. Fini si inabissa sotto l’ombrellone di Ansedonia e torna al silenzio di fine luglio; il cognato fa filtrare una vaghissima spiegazione: la casa sarebbe stata un premio per la sua opera di «intermediazione». Ma poi smentisce anche quei vaghi cenni sull’universo. Insomma, trenta giorni per tornare al punto di partenza. Trenta giorni per scoprire una verità imbarazzante, quella dell’ambasciatore a Monaco Franco Mistretta: «Tulliani si rivolgeva a me anche per sapere in che albergo andare». Il navigatissimo cognato si perdeva a due passi da boulevard Princesse Charlotte. Trenta giorni per porre infine una nuova, inquietante domanda: è vero che il cognato ha agganciato ambienti finanziari della City per studiare la sua pratica? Non è mai troppo tardi per correre ai ripari. L’opinione pubblica, paziente, aspetta.