Casa di Montecarlo, sono ancora in ballo ben 500mila euro

Caro dottor Granzotto, è legale fondare due società offshore per comprare una casa all’estero? E chi ha procurato i quattrini a quel giovanotto senza arte né parte? E la Finanza non ha nulla da indagare al riguardo?
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No, caro Schiavini: costituire una società offshore non è reato. Lo diventa quando il soggetto la utilizzasse per porre in essere rapporti simulati diretti a frodare il fisco. Attraverso una società offshore si possono inoltre riciclare i soldi sporchi. E anche questo è un reato. O impapocchiare un falso in bilancio, altro reato. Ma si può anche costituire una società offshore per mantenere l’anonimato, e questo reato non è. La ricerca dell’anonimato potrebbe, dico potrebbe, esser stata la ragione che spinse il Tulliani a fare un salto nell’isola caraibica di Saint Lucia e ivi in quattro e quattr’otto metter su la Printemps e la Timara, perché due è sempre meglio di una. D’altronde si sa che il Tulliani ama il profilo basso. Non gli garba mettersi in mostra. Prenda la sua Ferrari da un duecentomila euri. Mica se l’è scelta rossa, colore che salta agli occhi. Blu. Così che possa confondersi tra le Punto e le Golf di via Val Cannuta. È per merito o per colpa dell’anonimato che Gianfranco Fini si trovò a ignorare - così almeno ha detto - che dietro la società offshore che si pappò l’appartamento monegasco al prezzo di realizzo di 300 mila euri c’era il cognato. Quando poi si scoprirono gli altarini, un Fini molto sicuro di sé annunciò che se si fosse accertato che il cognato l’aveva fatto fesso e cioè che il bene immobile appartenente al partito se lo era appunto pappato il Tulliani, egli si sarebbe ipso facto dimesso da presidente della Camera. Ma a tutt’oggi non ha onorato la parola data e sì che, come recita il brocardo, promissio boni viri est obligatio. Boni viri, cioè persona onesta, retta. Moralmente integra, com’è indubbiamente Fini, su questo non ci piove. Però è ancora lì, inchiavardato allo scranno più alto di Montecitorio. E non è che la carta non canti: ha un bel dire la Procura di Roma che la documentazione fornita dal governo di Santa Lucia è «del tutto irrilevante circa il thema decidendum». Riguardo all’altro, di thema decidendum, le dimissioni di Fini, quei documenti sono rilevantissimi perché attestano in modo incontrovertibile che dietro la Printemps e la Timara c’è il cognato istituzionale e che dunque fu lui, Tulliani, ad aggiudicarsi l’alloggio monegasco. Resterebbe poi da chiarire com’abbia fatto il giovinotto a costituire il capitale delle società offshore, minimo minimo 300mila euri e, tanto per far buon peso, disporre a Montecarlo del contante, altri 200mila euri, per portarsi via la Ferrari. Proprio ieri leggevo del colpo grosso del governo, i 50 miliardi di evasione fiscale recuperati e messi in cassa nel 2010. Dieci virgola 533 miliardi dei quali provengono da accertamenti su fittizie residenze all’estero e, cito, «da esportazione di capitali in paesi offshore». Lungi, lungissimo da me e da noi tutti il sospetto che il ferrarista in blu ci abbia, come si dice, marciato. Però, visto che nell’offshorgate è coinvolta e nemmeno tanto di striscio la Terza Carica e quindi ne va di mezzo il decoro istituzionale, due parole di chiarimento su quest’altro thema decidendum non sarebbero fuori luogo. In tempi nei quali si richiede alle alte cariche dello Stato di chiarire la gittata di una «palpazione concupiscente» (copyright Giuseppe D’Avanzo), figurarsi se non par logico «fare chiarezza» su 500mila eurucci che ballano.
Paolo Granzotto