CASA, RITIRATA E BICICLETTA

Romano Prodi passa alle agiografie per essere un uomo mite, un signore di Bologna tutto casa, chiesa e bicicletta. In realtà il Professore ha dei lunghi artigli che il tempo pare aver affilato. Peccato che la saggezza sia inversamente proporzionale alla ferocia. Il leader dell’Unione non si è limitato a promettere in caso di vittoria il ritiro del contingente militare italiano dalla Mesopotamia, ma ha anche definito «truppe d’occupazione» i soldati in missione in Irak.
Berlusconi e Fini hanno stigmatizzato quelle parole dicendo che «incitano agli attacchi all’Italia». Una valutazione che ci sentiamo di condividere perché la missione italiana è sotto la copertura delle risoluzioni Onu e ha il sigillo del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ma Prodi in un colpo solo è riuscito a demolire sia le Nazioni Unite (custodi del multilateralismo) che il Quirinale (custode della Costituzione), ossia i “fari” ai quali egli dice di ispirare la sua politica.
Prodi non è mai stato a Nassirya e forse non immagina cosa facciano i nostri soldati in Irak, quale sollievo portino alle vittime del regime di Saddam prima e di un dopoguerra insanguinato dal terrorismo e – certamente – drammatico e contrastato per una errata valutazione dello scenario tribale iracheno. Le nostre truppe sono in Irak per espandere la democrazia e lenire le ferite dei conflitti, lo stoicismo dei nostri soldati, le loro vite, non possono essere merce di scambio politico, vaneggiamento elettorale e propaganda per le primarie.
Se Berlusconi avesse fatto calcoli sui sondaggi non avrebbe accettato di entrare nella coalizione dei volenterosi, ma in politica ci sono momenti decisivi in cui l’opinione pubblica rema da una parte e il leader dall’altra. Così ha fatto anche Tony Blair. Berlusconi può aver commesso degli errori, ma la scelta più importante della sua stagione politica è stata senza dubbio l’alleanza con gli Stati Uniti contro il terrorismo.
Un ricordo personale: quando Al Qaida trasformò Madrid in un inferno, ero a Washington, al Pentagono. Entrando in quell’edificio - mentre nella stazione di Atocha si contavano i caduti - pregai nella cappella dedicata ai caduti dell’11 settembre (costruita nel punto dove si schiantò l’aereo dell’American Airlines). In quell’occasione capii qual era il ponte ideale tra l’America e l’Europa e perché quella frase, «siamo tutti americani», non poteva spegnersi nella retorica.
In quei giorni Prodi si distinse per il suo antiamericanismo strisciante e David Brooks sul New York Times non mancò di notarlo e di sollevare dubbi su un presidente Ue che non era amico degli americani. Prodi era già allora quello che possiamo ammirare oggi.
Esaurito (in tutti i sensi) il suo mandato europeo, l’antiamericanismo prodiano ha smesso di strisciare e si è sollevato in tutta la sua spaventosa forma: quella di un relativismo culturale incapace di distinguere tra bene e male, una deriva semantica che tocca l’apice con la definizione dei soldati italiani come «truppe d’occupazione» e dà alla «resistenza irachena» motivo di esultare e far proprie quelle sciagurate parole.
Il terrorismo islamico ha lanciato una guerra santa contro la nostra cultura (Dante e Shakespeare), i nostri valori (la democrazia), la nostra storia (quella dei padri) e il nostro futuro (quello dei figli), i loro predicatori religiosi ci chiamano «cani e depravati» e nessuno a sinistra sembra voler riflettere su quelle parole che incitano alla battaglia. Meglio pensare alle primarie.