Casarini & C, i Robin Hood che sfrattano i poveri

A Padova, Verona e Venezia i no global occupano da anni le case
popolari aggirando le graduatorie e quasi sempre senza pagare affitti. A Marghera il leader dei Disobbedienti risulta moroso da due anni ma
ogni intervento dell’ufficiale giudiziario è stato impedito dai
compagni dei centri sociali

Stefano Zurlo e Gian Marco Chiocci

Venezia - I paladini dei diritti sociali, okkupanti di professione, fingono di non sapere che appropriandosi degli appartamenti popolari non solo violano la legge ma puniscono oltremodo i destinatari più bisognosi - come da graduatoria comunale - di quegli stessi alloggi.
Grazie ai disobbedienti e alla loro cricca coccolata elettoralmente da giunte sinistre (come quelle di Padova o Venezia) i più indigenti, i malati gravi, i disabili, i senza tetto, i disoccupati, gli anziani soli, ogni volta vedono allontanarsi il sogno di una sistemazione decorosa compatibile con le loro scarsissime finanze. Nella città del Santo diventata la città del muro da sballo e delle nuove bierre, gli inquilini dei centri sociali avrebbero bypassato oltre 200 persone con più titoli su un totale di 1.500 in lista d'attesa. Una scorciatoia poco lodevole.
Secondo i calcoli dell’Ater (l’azienda che gestisce gli immobili) una buona percentuale degli espropri immobiliari illegali è ascrivibile a persone riconducibili ai centri sociali Gramigna e Pedro, quelle stesse persone che fanno quadrato solo quando la forza pubblica prova a buttare fuori uno di loro. Ovunque è così. Padova, Verona, oppure Venezia che risponde su Marghera dove il signor Luca Casarini, leader degli antagonisti nazionali e del centro sociale Rivolta, è subentrato a un «occupante senza titolo» in un piano rialzato di 60 metri quadri in via Beccaria 55.
Secondo le stime calcolate dall’Ater (due volte e mezzo l’equo canone) per questo vecchio appartamento dello Stato, l’ex leader delle tute bianche al G8 di Genova dovrebbe sborsare un’indennità di 150 euro al mese ma al momento e sono passati oltre due anni, in cassa non risultano versamenti. La prassi è che in casi come questi l’azienda si attivi giudiziariamente per rientrare in possesso dello stabile e ciò è puntualmente accaduto.
Purtroppo, però, contro il Masaniello del Triveneto sette interventi dell’ufficiale giudiziario (e della polizia) si sono rivelati inutili per la fiera opposizione dei suoi boys accorsi a respingere l’attacco. Il discorso vale e non vale per Max Gallob, responsabile di quel Pedro di Padova noto per l’organizzazione di maxiconcerti quanto per le risse. Dal 1998 «conduce» un’abitazione di una sessantina di metri quadri in zona via Melette-via Vicenza. Paga puntualmente circa 40 euro a fronte di un contratto verbale (ammesso all’epoca) per un alloggio realizzato senza contributo pubblico e non soggetto a graduatoria.
È in regola. Non rischia lo sfratto lui, non lo rischiano i tantissimi illegittimi «padroni di casa» che oltre al sindaco padovano Zanonato hanno trovato una sponda in procura laddove più dispositivi di «rigetto delle istanze di sequestro preventivo» specificano che «il diritto di occupazione è superiore agli interessi dell’ente». Eclatante la decisione di un pm, il 3 dicembre 2002, nei confronti di cinque persone sponsorizzate dal Pedro e denunciate dall’Ater per occupazione abusiva dell’immobile di via Todeschi 10: «Alla luce degli accertamenti fatti - scrive il magistrato - si osserva che al fine di decidere l’adozione della misura cautelare reale richiesta occorre operare un bilanciamento degli interessi giuridici confliggenti nella fattispecie: da un lato il diritto di proprietà e di utilizzo in maniera esclusiva del bene oggetto della stessa, dall’altro il diritto alla casa e ad un’assistenza dignitosa e libera dal bisogno».
Per il magistrato appare dunque evidente come «di fronte all’insopprimibile diritto alla vita ed ai fondamentali attributi della personalità, il diritto di proprietà abbia una posizione sott’ordinata e non possa perciò giustificare il ricorso ad atti cautelari che comportino il necessario sacrificio del primo».
Il principio della casa sanata e occupata per legge spaventa gli amministratori di tutte le Ater e le stesse forze di polizia chiamati a triplicare gli sforzi per controllare le incursioni negli appartamenti sfitti o da ristrutturare. E comunque, come capitato ad agosto in via Magenta a Padova con l’incursione di trenta scalmanati che si sono impossessati dell’alloggio buttando fuori gli operai, la messa in sicurezza dei locali nemmeno basta.
A Verona le acquisizioni improprie dei beni patrimoniali popolari hanno avuto un picco intorno a maggio con l’aiuto del Centro Migranti, del centro sociale la «Chimica», di Rifondazione comunista, raggiungendo il culmine addirittura con l’occupazione della stessa sede Ater. Già, perché anche qui si continua a far finta di non sapere che l’Azienda Territoriale di Edilizia Residenziale altro non è che un organo meramente «esecutivo» di decisioni politiche prese altrove.
È infatti il Comune che fa il bando, le graduatorie, che stabilisce a chi dare le case e a chi no tramite apposita ordinanza. Prendete il sindaco Ds di Padova. In imbarazzo per lo scandalo delle case a brigatisti e disobbedienti, ancora insiste a scaricare le colpe. Senza buon senso, chiarezza, assunzioni di responsabilità, su un tema caldissimo come quello della casa si rischia parecchio. Perché poi accade che sui muri di Padova compaiano graffiti minatori e stelle a cinque punte contro i vertici dell’azienda sulla falsariga del manifesto intimidatorio del «comitato per il diritto alla casa» del Gramigna con sovrimpresse le fotografie dei nemici del popolo: dal presidente dell’Ater al direttore generale, fino all’ultimo consigliere. «Ogni volta che vediamo una casa popolare vuota, pensiamo a queste facce!». Detto dagli occupanti del centro sociale considerato la culla delle nuove Brigate Rosse, non fa proprio piacere.
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