Lo Cascio e le «claustrofobie» di Kafka

Laura Novelli

Una scatola sonora buia e angosciante dove le parole, i sospiri, i vocalizzi, le pause, i singhiozzi della dizione scavano dentro il linguaggio e, attraverso questo, dentro le paure più ataviche dell’essere umano. Una scatola tondeggiante e cavernosa che sta sopra il palcoscenico, pronta a contenere sia la sua «talpa» recitante sia il suo pubblico di ascoltatori/osservatori: un centinaio di persone a sera chiamate a scivolare negli abissi della coscienza inseguendo la maestria interpretativa di Luigi Lo Cascio, artefice di un monologo ispirato al racconto La tana di Franz Kafka - ma intitolato emblematicamente Nella tana - che ne valorizza tutta la bravura e ne mostra un talento diverso, assolutamente teatrale. Lo ha riscritto lui stesso, il cupo testo kafkiano, adattandolo a una voce così eclettica, così volutamente artificiosa da ricordare le migliori prove di Carmelo Bene, anche se qui la centralità del corpo dell’attore sposa la bellezza di una visione letteraria che resta appannaggio dell’autore e condivide lo spazio di un’area video (la cura Nicola Console) che sembra quasi una seconda via per raccontare Kafka.
E dunque, raccontare cosa? Il terrore e la consapevolezza di essere chiusi in un anfratto di terra strappato a qualcun altro; costantemente minacciati da una possibile frana, da un possibile intruso (tema tanto moderno da essere il leit motiv dell'intera drammaturgia pinteriana) o, peggio ancora, ripetutamente assaliti dalla sensazione di occupare la buca di chissà quale nemico. Non c’è scampo. Non c’è soluzione. Man mano che le battute si susseguono, che i disegni proiettati sulla scena assumono forme di emblematica suggestione, la tana diventa l’unico nostro mondo, l’unica soluzione, e le parole servono proprio per farci entrare. Per farci sentire dentro, sotto, interrati al buio. Non è un caso che questo interessante lavoro - prodotto dal Metastasio di Prato e ora in programmazione al Valle - ci abbia ricordato un vecchio spettacolo del Teatro del Carretto costruito proprio intorno a Le Metamorfosi di Kafka. Anche lì il rapporto con la terra, con il basso, con gli anfratti del mondo diventava, nel protagonista/scarafaggio, parola sussurrata, corpo piegato, testa ricurva. In definitiva: macchina teatrale prodiga di metafore «tremendamente» umane.