Lo Cascio: «Usiamo l’ironia come arma contro la mafia»

Il regista Porporati: «Vorrei mostrare quanto è più facile essere onesti»

da Roma

«I muscoli che m’erano venuti, facendo ginnastica al Circo Massimo, mi sono già spariti», commenta Luigi Lo Cascio, anche detto «il nostro Dustin Hoffmann» per via d’una certa somiglianza con la star americana. E al pari del premio Oscar Usa, questo giovane veterano della Mostra di Venezia (dopo I cento passi, Luce dei miei occhi, che gli valse la Coppa Volpi; Buongiorno, notte, La bestia nel cuore e Occhi di cristallo va in passerella per la sesta volta) ha una robusta vena umoristica, se riesce a scherzare pure sul suo nuovo ruolo da mafioso. L’attore, infatti, veste i panni di Saro Scordia, il soldato di Cosa Nostra protagonista del film di Andrea Porporati Il dolce e l’amaro, in concorso a Venezia, dove sarà presentato il 4 settembre, per approdare il giorno dopo nelle sale.
«Mi serviva tonicità, per le riprese dinamiche nelle scene di fuga e di rapina. Ho portato il corpo all’altezza del personaggio, tronfio e col petto in fuori. Quando, nella seconda parte del film cambio vita, esco dal giro della mafia e mi metto a lavorare come edicolante, al Nord Italia, ripiego su me stesso, non ho più il torace gonfio e risulto, anche fisicamente, più sobrio», spiega Luigi, da ragazzo campione regionale di atletica leggera e da poco sposato con Desideria. «Verrà anche lei, alla Mostra, insieme ai miei parenti siciliani, a vedermi sul grande schermo. Una tradizione della mia famiglia e mi piacerebbe avere lo stesso successo riscosso con I cento passi. Che, poi, è pure il nome del vino da me tenuto a battesimo, a metà settembre, con i ragazzi della cooperativa di Palermo, che lavorano nei terreni confiscati a Cosa Nostra: un rosso generoso, con dentro Nero d’Avola. Da Roma pare che nulla cambi, ma in Sicilia, i giovani hanno visto cambiamenti decisivi. La penso come il giudice Falcone, quando sosteneva che la mafia, come ogni evento storico, nasce, cresce e muore».
Magari i giovani del Sud, se attratti dal mito dell’uomo di rispetto, che ammazza tutti in pizzeria se gli salta la mosca al naso, potrebbero cambiare idea, quanto ai mammasantissima, vedendo com’è ridicolo nel film Saro, l’arrivato boss del Capo, quartiere palermitano dov’è cresciuto senza padre (in carcere), alle prese con una lady dell’alta borghesia. «Il mio personaggio, a un certo punto, si trova a una festa, in una villa della Palermo-bene. E impiglia una gaffe dietro l’altra nella parrucca d’una donna, che gli piace, ma distante da lui per gusto e formazione». E si ride, amaro forse, ma non si diventa uomini se non lo si assaggia, insieme al dolce (da qui, il titolo), pure nella scena d’una rapina a mano armata.
«I mafiosi da me comandati sono pendolari del crimine, tra Milano e Torino. Nel corso d’una rapina in banca, tutti zitti! Parla un picciotto in palermitano stretto. Nessuno dei presenti lo capisce, seguono attimi d’imbarazzato silenzio e qui emerge il lato paradossalmente ridicolo di Cosa Nostra, mondo a parte dai codici sconosciuti. Col pretesto di parlare di mafia, però, il mio Saro scrive il suo romanzo di formazione, dove il dolce e l’amaro si sfogliano come pagine d’un libro, che si chiama vita».
Anche Andrea Porporati, scrittore (La felicità impura e Nessun dolore, Mondadori) e sceneggiatore (Lamerica di Amelio e l’erigendo I Vicerè, di Faenza) di successo, che avendo firmato le sceneggiature de La Piovra televisiva (7, 8 e 9), di liturgie picciotte se ne intende, ribadisce il lato sottilmente comico delle dinamiche interne alla mafia. E torna al suo primo lungometraggio, Il sole negli occhi (2001) citando la scena che preferisce, in questa produzione di Francesco Tornatore, fratello del regista Giuseppe. «Il padrino di Saro, Gaetano Butera, impersonato da Tony Gambino, porta il giovane in un campo allagato da un sole, che sfavilla e gli dice: “Guarda che luna!”. Sulle prime, Saro non capisce, poi fisserà l’astro e gli sarà chiaro che si tratta d’un test mafioso. Vòlto a saggiare se un “picciotto” riconosce il principio di autorità. Quello che ti spinge a guardare il mondo con gli occhi del boss», spiega il regista, che ha girato tra Palermo, Trapani e il Piemonte, mostrando com’è cambiata l’Italia dalla fine degli anni Settanta ai primi Novanta. Nel suo drammatico film, dai risvolti buffi, c’è posto anche per l’amore di Ada (Donatella Finocchiaro), insegnante che costringe Saro a scegliere tra lei e la mafia. «Quello mafioso è l’ultimo mondo patriarcale, rimasto in mano agli uomini. Se le donne assumono il potere dentro i clan, devono comportarsi in modo virile. Perciò Ada spiazza: lei è il dolce della vita, mentre l’amaro è l’esistenza da criminale in fuga. Non volevo fare il solito film contro la mafia, ma mostrare, in modo empirico, quanto sia più facile vivere da persone oneste».