Le «case chiuse» di vico della Lepre: ricordi di un passato che non c’è più

Caro Massimiliano, tra poco tempo cade il 10º anniversario della morte di Mario Soldati. Leggendo alcuni brani del suo libro «Le sere», mi sono soffermato su quello dal titolo «L’uscio del batticuore». Ho fatto alcune riflessioni su ciò che oggi è la legge, e le varie ordinanze sulla prostituzione, e con quello che era la vita di quelle donne nelle «case chiuse» descritte dall’autore.
In questi ultimi tempi si sono verificati cambiamenti nel campo della sicurezza, in particolare, la lotta alla prostituzione. In tanti Comuni vi è stata la stesura di ordinanze per ridurre e prevenire tutto ciò che comporta la presenza delle donne che esplicano il mestiere più antico del mondo. Tutto valido, tutto regolare tutto in ordine come l’emanazione di tali disposizioni? Non credo.
Mi ritornano alla mente le case chiuse e le pagine di Soldati in cui viene descritto il rispetto che aveva sempre sentito per le ragazze chiuse nelle case, (mai giudicate necessariamente «inferiori» alle ragazze che, qualunque fosse la loro vita privata, pure castissima, erano fuori). Un rispetto che lo persuase a salutare senz’altro come un progresso la legge sull’abolizione.
Anche se avrebbe voluto infine assistere a una più decisa, a una più pronunciata decadenza di quel pregiudizio così diffuso non soltanto al Sud, ma anche al Centro e al Nord. Il pregiudizio che ammette e anzi esige una infame diseguaglianza dei sessi nelle esperienze prematrimoniali, con il constatare qualche incrinatura nel ridicolo e crudele «tabù» della indispensabile verginità delle spose. Ridicolo, perché a suo dire sappiamo di quante restrizioni mentali, ipocrisie, falsità, storture sia causa. Crudele, perché priverebbe le giovani ed i giovani del più spontaneo dei piaceri, o nel migliore dei casi, guasta il piacere con l’inganno di una cattiva coscienza, e perché impedisce quella previa prova dei rapporti erotici che nella difficoltà delle scelte matrimoniali, è forse la sola indicazione sicura; sola garanzia di una certa felicità.
Le case chiuse erano descritte soprattutto come luoghi di dolcezza e di umanità. I nomi, e le immagini delle porte, degli androni, dei corridoi, delle sale, delle stanze e le figure delle padrone e delle ragazze nella sua mente si mescolano e sovrappongono colorate, dorate, accese come carte di una partitura inebriante che sembra oggi finita, ma che forse è soltanto interrotta.
Vi era tanta poesia nel descrivere il mondo delle «case chiuse». Quei gentili, nascosti, teneri luoghi pieni di ombra e di mistero, di luci e di risa soffocate, di balenanti nudità bianche, rosee, dorate, brune di volti e di sguardi umani.
Le case chiuse a Genova avevano delle particolarità come quella in Vico Lepre dove c’era l’ascensore o la «Suprema» dove affascinavano soprattutto gli approcci topografici. La straordinaria vicinanza con Piazza De Ferrari, l’improvviso e segreto svicolamento dietro il Carlo Felice, l’oscura e decisa rampa che sembra condurre a una vetta paradisiaca, e la pace, lassù, dell’antica piazzetta intransitabile se non da passi umani, quasi una magica scenografia cinquecentesca, in fondo e al centro della quale si ergeva il solenne palazzo e il suo pronao, porta e porto celestiali, speranze davvero di suprema felicità. A suo dire fra tutti i ricordi, tra tutte le immagini che rimangono delle defunte case questa è la più bella. Il simbolo più preciso e poetico.
Adesso tutto ciò non esiste più. È rimasto il coraggio di queste donne che esplicano lungo le strade. Una diversa dalle altre, ognuna interessante, intelligente, degna di amore, di attenzione, di studio, di ricordo di storie. Ognuna rientra nella fantasia. Tante trovano posto nei racconti o nei romanzi. L’intelligenza e la forza sono le loro qualità principali. Si direbbe che senza intelligenza una ragazza non potrebbe fare fortuna in quelle case. È quando c’è vera intelligenza c’è anche la bontà, la vera bontà dell’animo.