Le case di An, dopo il cognato spunta l'amico

Il nipote della contessa Colleoni: &quot;Volevo comprare l’appartamento ai Parioli donato da mia zia ma il tesoriere mi disse che era riservato a un parlamentare&quot;.<strong> </strong><a href="/interni/da_raiuno_fiction_lesercito_finiani_e_ormai_sbando/08-08-2010/articolo-id=465966-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>Allo sbando le truppe finiane in Rai</strong></a>. Il solito vizietto dei Tulliani: <a href="/interni/le_case_an_dopo_cognato_spunta_lamico/08-08-2010/articolo-id=466083-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>pure Giancarlo invoca la privacy</strong></a>

di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

«Quella casa romana noi l’avremmo comprata volentieri, perché lì dentro c’erano tutti i ricordi di una vita. Quella di zia Anna Maria, ma anche quella del­la nostra famiglia. Album di foto d’epo­ca, carteggi, lettere, documenti. Così fa­cemmo presente la nostra intenzione al senatore di An Francesco Pontone, nei giorni dell’apertura del testamento. Ma lui, rammaricato, ci spiegò che purtroppo l’appartamento era già stato promesso a un parlamentare del partito. Ma­gari era solo una scusa, chi lo sa. Ma purtroppo, qualunque fosse il motivo, la nostra dispo­nibilità all’acquisto venne fru­strata ». Da Paolo Fabri, nipo­te di Anna Maria Colleoni, la donna che prima di morire de­cise di nominare Alleanza na­zionale come suo erede uni­versale, arriva qualche altro retroscena a margine della «conquista» del tesoretto di immobili, terreni e titoli da parte dell’ex partito di Gian­franco Fini. La casa «promessa a un de­putato », e dunque non vendi­bile agli unici parenti della si­gnora Colleoni, non è peraltro l’unico ricordo insolito di quei giorni che è rimasto in mente a Fabri, romano di na­scita, ma da anni residente a Bergamo. Proprio nella città lombarda, infatti, l’architetto ebbe modo di prendere cono­scenza di un altro episodio che riguardava il destino di quei beni, che sua zia deside­rava fossero devoluti a finan­ziare la «buona battaglia». Quella che An, raccogliendo il retaggio del Msi, avrebbe nel­le sue speranze dovuto prose­guire sotto la sapiente guida di Gianfranco Fini, leader a cui la Colleoni era affeziona­tissima. È questo il famoso «onere» al quale, secondo i delusi del partito nato a Fiuggi e gli stes­si parenti della generosa don­na, Alleanza nazionale sareb­be stata vincolata nel momen­to in cui accettò l’eredità. Un onere che, da quanto sta emer­gendo nelle ultime settimane, sarebbe stato interpretato in modo a dir poco elastico nel caso,per esempio, dell’appar­tamento che il partito di via della Scrofa ha ereditato a Montecarlo, al 14 del boule­vard Princesse Charlotte. Il «buen retiro» monegasco che la Colleoni comprò nel 1962 non era nemmeno inserito nel testamento con cui la don­na lasciò tutto ad An, ma una volta appreso della sua esi­stenza, il partito ha fatto vale­re il suo titolo di erede univer­sale. Salvo poi, nel 2008, libe­rarsi per appena 300mila euro di quella casa, svenduta (300mila euro) a una finanzia­ria off-shore con sede ai Carai­bi, da questa alienata a un’al­tra finanziaria «gemella» che, infine, l’avrebbe affittata a Giancarlo Tulliani, «cognato» di Gianfranco Fini, al termine di un valzer che secondo il te­s­oriere di An Francesco Ponto­ne altro non è che una «inspie­gabile combinazione». Tra gioielli immobiliari messi in saldo e «quasi parenti» che si ritrovano inquilini, l’affaire monegasco non profuma in­somma di «buona battaglia». Un odore che invece il nipo­te della Colleoni ricorda di aver cominciato a sentire al­meno per la lussuosa casa ro­mana dei Parioli, quella di via Paisiello che la donna affitta­va a diplomatici e manager e che era la sua fonte di reddito. «Ricordo che dopo che An ne entrò in possesso – racconta Fabri – mi capitò di parlare di quella prestigiosa residenza con l’onorevole Tremaglia, che è di Bergamo e che ho il piacere di conoscere. Mi disse che aveva l’intenzione di ospi­tare nell’appartamento di via Paisiello una sede di rappre­sentanza degli italiani all’este­ro, da sempre una delle sue battaglie. Naturalmente mi mostrai entusiasta di questa ipotesi, perché ero certo che mia zia ne sarebbe stata con­tentissima ». E infatti la desti­nazione d’uso prevista da Tre­maglia per l’immobile parioli­no di An ereditato dalla Colle­oni non andò mai in porto. «Il partito gli rispose picche, e co­s­ì Tremaglia abbandonò a ma­lincuore il suo proposito. Fu un vero dispiacere, e un pun­to interrogativo in più sul mo­do in cui quell’eredità è stata gestita», taglia corto l’architet­to Fabri. Insomma, da un lato una ca­sa che sarebbe stata «promes­sa » al politico in cerca di un tetto. Dall’altra un’immobile negato al parlamentare che voleva farne una sede «istitu­zionale ». Sullo sfondo, la casa di Tulliani a Montecarlo, con la compravendita «coperta» dalle finanziarie off-shore per nascondere il nome del nuo­vo proprietario. Se la «buona battaglia» è già perduta, chie­dere un po’ di trasparenza per un patrimonio che era di tutto il partito forse è aspettarsi troppo.