Case dell’amore, denunciati due nobili toscani

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione. Con queste accuse il pm Luca Poniz ha iscritto nel registro degli indagati un nobiluomo senese, Alessandro Piccolomini Naldi Bandini e la moglie, finiti nei guai perché proprietari di otto appartamenti in una palazzina in via Sammartini, vicino alla Stazione Centrale. Appartamenti affittati a lucciole uruguaiane e viados irregolari che li avevano trasformati in «case chiuse».
L’inchiesta avviata qualche mese fa dal pm e condotta dalla Squadra Mobile, lo scorso febbraio aveva portato al sequestro degli otto monolocali al quinto e al settimo piano dell’edificio. La vicenda nasce da una una serie di esposti da parte di cittadini, esasperati dal via vai, giorno e notte, di travestiti e prostitute. In più la coppia era stata più volte diffidata dalla polizia. Secondo gli inquirenti, il conte e la moglie avrebbero dato «in locazione irregolare... a stranieri (clandestini), prevalentemente brasiliani, dediti al meretricio». In più la coppia avrebbe «favorito e sfruttato lo svolgimento del meretricio» dei loro affittuari, in tutto 14, e di altri immigrati, «consentendo» che all’interno dei minialloggi, «vi si svolgesse la prostituzione (...), con il pagamento (...) di somme di danaro più elevate da quelle previste per analoghe situazioni abitative».
Replica il legale del conte, avvocato Carlo Buono: «Il mio assistito è finito sotto inchiesta e si è ritrovato con i suoi appartamenti sequestrati, senza che sia mai stato interrogato». Inoltre il difensore ha sottolineato che Alessandro Piccolomini, ingegnere in pensione di 67 anni, con numerose proprietà in Toscana, si era «completamente disinteressato di quei monolocali. Non sapevano a chi erano affittati e aveva solo incaricato il custode di riscuotere gli affitti, in linea con i prezzi di mercato di Milano». Quanto alla moglie, «non credo sappia nemmeno dove si trovino gli appartamenti in quanto, anni fa, aveva fatto una procura al marito affinché li gestisse».