Le case dovranno avere il «silenziatore»

Una nuova colata di lavoro buroindotto si sta abbattendo sul nostro Paese, quello per la classificazione acustica degli edifici. É infatti in preparazione, al ministero dell’Ambiente, un decreto legislativo che - per quanto se ne sa - stabilirà che gli edifici «devono essere progettati, costruiti e ristrutturati in modo che gli elementi tecnici che compongono gli ambienti abitativi abbiano caratteristiche acustiche adeguate per ridurre la trasmissione del rumore aereo, del rumore impattivo e del rumore degli impianti dell’edificio». Il provvedimento istituirà la «classificazione acustica delle unità immobiliari», obbligatoria per i nuovi edifici (in questo caso, essa dovrà essere riportata negli atti pubblici di compravendita) nonché per le ristrutturazioni edilizie, e volontaria - invece - per gli edifici esistenti.
Ma, a parte i già compresi casi di ristrutturazione, i Comuni dovranno «inserire il riferimento» al provvedimento in parola «in tutti gli atti amministrativi finalizzati all’approvazione di interventi edilizi e/o all’agibilità/abitabilità»: con il che, gli effetti del provvedimento si trasmetteranno surrettiziamente anche agli edifici esistenti (in caso, ad esempio, di cambio di destinazione d’uso o anche solo di nuove attività aziendali), nonostante la proclamata volontarietà di cui s’è detto (volontarietà che, se il provvedimento servisse davvero a qualcosa, e in particolare servisse - come si dice anche per la obbligatoria certificazione energetica - a valorizzare gli immobili, dovrebbe essere la regola, perché tutti correrebbero a osservarlo). In tutte le ipotesi di obbligatorietà, i Comuni dovranno «richiedere la documentazione relativa al progetto dei requisiti acustici passivi o una dichiarazione di un tecnico competente in acustica ambientale che attesti il rispetto dei valori limite previsti».
Lo scopo (ufficiale) del tutto è, naturalmente, più che apprezzabile, in via puramente teorica: «limitare il rischio di disturbo da rumore agli utenti, all’interno degli edifici e nelle condizioni di utilizzo dell’ambiente abitativo». Ma è lecito chiedersi se, specie ora, l’Italia abbia proprio bisogno di masse di tecnici che corrano a controllare l’«isolamento acustico di facciata normalizzato rispetto al tempo di riverberazione», il «livello sonoro di calpestio tra differenti unità immobiliari, normalizzato rispetto all’area equivalente di assorbimento acustico», il «livello sonoro equivalente degli impianti a funzionamento continuo, normalizzato rispetto al tempo di riverberazione».
Si dirà che il provvedimento creerà un lavoro (buroindotto) enorme, per i tecnici dello specifico settore. Ed è vero. Ma a misurarne il pregio (non, quello corporativo, ma quello generale...) soccorre il famoso esempio del vetro rotto di Bastiat. Un monello (come ne scrive Henry Hazlitt, nel suo celebre «Che cos’è l’economia», 1946) scaglia un sasso contro la vetrina di un panettiere. Ci sarà lavoro per il vetraio, certo. Ma il panettiere aveva destinato i soldi che dovrà impiegare in quella riparazione, a farsi un vestito nuovo, e non se lo farà. Invece di possedere il vetro e il vestito, non avrà ora che il vetro. Se prendiamo a considerare il panettiere come elemento della società, ci accorgiamo - commenta Hazlitt - che questa società ha perso un vestito nuovo, che avrebbe potuto essere fatto: «Si è quindi impoverita d’altrettanto». «Il guadagno in lavoro del vetraio - è il riassunto del grande economista - altro non è che la perdita in lavoro del sarto».
La morale: nessun «lavoro» nuovo è stato creato. E questa è la regola di ogni lavoro «buroindotto», acustico o non acustico che sia. La società s’immiserisce, con il lavoro «buroindotto» - più che in ogni altra fattispecie d’impiego di denaro - volano carte e basta. A questo, occorre pensare: che la società - specie oggi, con la crisi che abbiamo - ha bisogno di far lavorare le aziende che producono beni reali (arricchendola), non di varare a gogò decreti che producono solo carte (e onorari professionali).
*Presidente Confedilizia