«Case popolari a prezzi scandalosi»

Scandalosamente penalizzante per la Pubblica Amministrazione». Così il centro studi Cresme definisce l’attuale criterio di vendita delle case popolari nell’indagine sul patrimonio e la gestione delle Ater del Lazio già anticipata ieri. Frasi come pietre, specie in relazione alla svendopoli degli alloggi capitolini ex Iacp denunciata dal capogruppo regionale dei Socialisti Riformisti, Donato Robilotta: case di pregio vendute a prezzi irrisori dalla Garbatella a piazzale Flaminio, da Testaccio a Prati. Una fiera delle occasioni che ha costretto il governatore del Lazio Piero Marrazzo a decretare una temporanea moratoria e di cui adesso i dati del rapporto Cresme - tenuto in qualche cassetto della commissione regionale Casa e ancora non divulgato - offrono una nuova rappresentazione plastica.
Nel quinquennio 2002-2006 infatti le Ater laziali hanno venduto in media 1.053 unità annue a un valore unitario medio, nel 2006, di 40.500 euro per complessivi 191 milioni di euro. Di queste, oltre tremila sono state vendute dall’Ater di Roma e da quello della Provincia. Una valutazione adeguata al prezzo di vendita con l’attuale normativa - sempre a un valore medio di 40mila euro ad appartamento -, consentirebbe una stima del patrimonio di 3,3 miliardi di euro, con una plusvalenza di circa 1,4 miliardi rispetto alla valutazione indicata nei bilanci delle Ater (2 miliardi di euro). Da qui la riflessione del Centro studi: «Le Ater sono da considerarsi aziende già ricche patrimonialmente, che potrebbero addirittura essere considerate aziende opulente, pur mantenendo la loro valenza di tipo sociale». Tanto che ci sarebbero «tutte le premesse per raggiungere un valore patrimoniale di 8 miliardi di euro - il quadruplo di quello attuale quindi -, applicando al valore catastale (sul quale attualmente si calcola il valore di vendita delle unità immobiliari) un coefficiente di rivalutazione di 2,5 per Roma e Provincia e di 2 per il resto delle province laziali». Cosa succederebbe? Che ad esempio a Roma il valore catastale medio di un alloggio schizzerebbe dagli attuali 46.500 euro a 116.250. Una quotazione certamente più in linea con quelle del mercato immobiliare.
Quindi il Cresme mette altre due dita in due differenti (ma altrettanto dolorose) piaghe. «Vista la non socialità e strategicità - si legge a pagina 8 - dei beni diversi da abitazione e la difficoltà di gestione delle Ater, data dalla morosità accertata e dai probabili canoni di locazione poco remunerativi»... una loro dismissione consentirebbe un incasso tra i 400 e i 600 milioni di euro. Soldi da investire per un piano di manutenzione degli immobili «teso a spezzare la spirale negativa manutenzione più morosità, e a gettare le basi per una nuova e più equa politica di gestione delle abitazioni di residenza pubblica e di rivitalizzazione dei quartieri di edilizia economica».
Ultima questione quella della modalità di controllo dei redditi delle famiglie: il Cresme prescrive una revisione per un corretto posizionamento «nelle fasce di determinazione dei canoni di locazione, e l’innalzamento dei canoni stessi, attualmente a livelli scandalosi» per arrivare così a un incremento dei ricavi tra i 22 e i 42 milioni di euro annui, da aggiungere agli attuali 86. Inevitabile la conclusione: «È inequivocabile che la morosità sia un segno di gestione approssimativa del patrimonio pubblico». «Gestione approssimativa», «livelli scandalosi», «scandalosamente penalizzante»: e questa volta non si tratta di titoli di giornale ma della certificazione di un fallimento.