LE CASE DEL POTERE

Sarà colpa dell'equo canone, del caro affitti, della crisi dell'immobile, ma quando devi trovare casa non sei mai contento, specie se non è nuova, se ci hanno abitato prima di te, se te l'hanno lasciata un po' in disordine. Thomas Jefferson per esempio trovava la sua, al 1600 di Pennsylvania Avenue, esagerata e dispersiva: «Ci potrebbero vivere dentro un paio di imperatori, il Papa e il Dalai Lama». Ana Botella Aznar in quella di Avenida Puerta de Hierro non ci voleva nemmeno entrare, per poco non le venne una crisi di nervi con il marito: «Josè, renditi conto, questo posto è inabitabile per una famiglia normale». Per questo ci trasferì tutti i suoi mobili di casa e impose un restyling radicale, interni nuovi di zecca e pergolati in giardino, un milione e mezzo di spesa, tutti a carico del contribuente. Cherie Blair dal 10 di Downing Street tempo un anno se ne andrà. L'ha sempre trovata minuscola e soffocante: «È come avere una casa sopra la bottega è un posto inadeguato per una coppia con quattro figli da crescere». Certo si tratta di due case di tre piani collegate tra loro, più di 160 stanze, ma con un personale di 150 persone, più del doppio di quelli di Margaret Thatcher. Si sta tutti pigiati come in autobus e non c'è nemmeno la chiave all'ingresso perchè la porta, per tradizione, deve restare sempre aperta al popolo. Per non parlare di De Gaulle, che odiava il 55 di rue du Faubourg-Saint-Honoré perchè preferiva mille volte il Grand Trianon di Versailles, e di Kirchner che di abitare nel cuore del quartiere San Telmo, non ne ha mai voluto sapere: «Ci lavoro e basta: questa non sarà mai casa mia».
Nelle case del potere, tra il soggiorno con l'angolo cottura e la camera bagno termoautonomo, si decidono i destini del mondo ma, a quanto pare, abitarle è impossibile. Bisogna capirli, i grandi sono fatti così. Fanno di tutto per arrivarci e non vedono l'ora di andarsene. Per entrare alla Casa Bianca per esempio ci vogliono dieci mesi di marce, 150mila chilometri di viaggio e milioni di dollari sull'unghia. Eppure non è mai piaciuta ai suoi inquilini. Jefferson fece rifare i bagni, Roosevelt i pavimenti, Jacqueline Kennedy gli arredamenti, Truman si costruì una verandina al secondo piano, Bush una pista per il lancio di ferri da cavallo, Clinton il percorso per il jogging e una vasca d'acqua calda a sette posti. Pare invece che Abramo Lincoln si sia trovato benissimo: Eleanor Roosevelt e Harry Truman giurano di aver incontrato il suo fantasma nel vecchio studio.
Ma le case del potere sono sopravvissute ai restyling anche più radicali. Il Cremlino fu incenerito dai tartari, la Casa Bianca incendiata dagli inglesi, Downing Street bombardata dai tedeschi, la Moncloa rasa al suolo dalla guerra civile, i golpisti bombardarono la Moneda per farci entrare Pinochet e la Rosada per farci uscire Peron. Ognuna ha il suo colore: porticati bianchi per la Casa Bianca, mattoncini neri per Downing Street e rosso fuoco per il Cremlino, esterni rosa shocking per la casa Rosada, perchè così la volle ridipinta il presidente Sarmiento, un secolo e mezzo fa, per fondere i colori dei due partiti nazionali, il rosso dei federali e il bianco degli unitari, un colorato tentativo di larghe intese. E ognuna, sempre a occhio, trasmette sentimenti diversi. Il Cremlino fa paura: 2235 metri di mura, spesse fino a sette metri, alte fino a diciannove e diciotto torri a presidiarle. Il Cremlino è Mosca, la sua culla, il suo dna, la città era tutta qui dentro all'inizio della storia. Lenin lo adorava. Nessuno lo vide così infuriato come quando trovò dipinti da un manipolo di artisti gli alberi dei parchi con vernice indelebile. Odiava le avanguardie. La Casa Bianca mette soggezione: è imponente ma leggera, sembra più la villa di un ricco yuppie che la dimora del Presidente, ma è l'ombelico del mondo, un pensatoio, una postazione di guerra, un simbolo della democrazia. Anche l'Eliseo non ha mai avuto un'apparenza maestosa, sembra un po' un hotel un po' defilato, protetto dagli sguardi indiscreti, e Downing Street ti mette addosso la depressione: una casettina di città a due piani con cancelletto di ferro battuto, portone e mattoncini neri fuliggine, comignoli sul tetto, nascosta in un vicolo senza uscita e protetta una cancellata. Non si può neanche più fotografarla. E forse è meglio così.
Qui dentro hanno abitato abitudini personale, debolezze umane e cedimenti della carne. Alla Casa Bianca Jfk scaricava «la tensione del governo» dentro il guardaroba con Judith Campbell, detta il parafulmine, sua accompagnatrice della campagna elettorale. Clinton preferiva lo studio ovale, Hillary ancora non si sa. A Downing Street Harold Wilson viaggiava a ritmo lento, a letto con le galline e sveglia tardi, Margareth Thatcher, il contrario, massimo quattro ore di sonno in compagnia di un whisky e aria sempre vigile. dell'Eliseo, dove Madame Pompadour riceveva Luigi XV e nell'intimità dell'alcova creava e distruggeva carriere, Bernadette Chirac ha portato la rigida disciplina cattolica: pretende e ottiene che Jacques partecipi ogni giorno alla messa nella cappella del palazzo. I tempi cambiano. Adesso Eliseo, Downing Street e Casa Bianca stanno per cambiare inquilino. E c'è un sacco di gente già in fila. Perchè sarà colpa dell'equo canone, del caro affitti, della crisi dell'immobile, ma come diceva John Kennedy: «Il posto non è malvagio, la paga è discreta e si può lavorare a casa...»