CASE DI RIPOSO L’elogio della vecchiaia

Ma i vecchi esistono ancora. Per scoprirlo basta visitare una «Casa Famiglia»

Cicerone scrisse De senectute (La vecchiezza); Alessandro Agostinelli, per l’editore Castelvecchi, ha scritto La società del giovanimento, libro sulla cui copertina spicca un ottantenne in t-shirt rossa, cappello texano bordato di fragole, occhiale modello Ray-ban, insomma un tipo che mangia un gelato allo yogurt con bombe di fragole (ancora) intere che pare esca da una Festa dell’Unità.
In una società lontana chilometraggi cosmici dal mondo patriarcale, dove si parla di natalità zero, di giovani e dove molti «anziani» occupano l’empireo del potere istituzionale, che fine hanno fatto i vecchi, i saggi (come si usava un tempo), i prostatici, gli abbandonati come cani in estate, i cronici, i soli e non i single? Ma prima di raccontare dove si sono cacciati i «vecchi normali», gli eredi di quella «normalità» della vecchiaia che faceva scrivere a Cicerone il suo Elogio e a Schopenhauer L’arte di invecchiare, bisogna buttarla lì e dire che l’immagine vincente della terza o quarta età è quella di un lungo «giovanimento». Infatti se prima si «ringiovaniva», ora ci si mantiene giovani spesso cancellando la parola «vecchio» accanto alla data anagrafica con l’aggiunta di look, palestre, frequentazioni e rimozioni, affinché i vecchi possano continuare a resistere nei panni di quarantenni o cinquantenni senza la preoccupazione delle stagioni.
Eppure i vecchi esistono. Sono eserciti acquartierati in «ville» e «case di cura» o «case riposo». Certo non sono come i vecchi di Sparta: coloro che governavano la città. Molti hanno gli anni di Sofocle, Omero, Democrito morto ultracentenario, Zenone, morto anche lui centenario, però non sono nel pieno della creatività, bensì vicinissimi a quando «il Nilo sta ormai arrivando al Cairo». Allora, io che sono un anacronista e amo la civiltà patriarcale e i vecchi, li vado a trovare nelle centinaia di migliaia «Case Famiglia» (ne ospitano da uno a sette), «Case Alloggio» (fino a dodici), «Case Riposo» (fino a venticinque) che popolano l’Italia.
Oggi ho scelto la Casa Famiglia «Raggio di sole». È sulla Nettunense, tra l’Appia e la Pontina. Da qui il mare è vicino. Ma ora che viaggio in auto con Livio Chiominto sono distratto dal suo racconto e dal fatto che sia stato concepito da un padre ultrasettantenne - e questo cinquantatré anni fa.
Nando De Marzi, il responsabile della Casa «Raggio di sole», ci apre la porta seduto nella sua carrozzina di ex ragazzo poliomielitico. Nando è un tipo vulcanico. È praticamente da sempre saldato alle sue due ruote, eppure ha una vitalità da record olimpionico. Sembra un cow boy in carrozzella. Ci ride lui stesso. Capelli sbattuti indietro, fazzoletto annodato al collo, ex orafo, ex figlio di famiglia numerosa, da dodici anni si è buttato anema e core nella sua Casa Famiglia.
Coseta e Cristina (non mi pare vero perché so che in altre Case i vecchi indigenti li lasciano per giorni nei loro fagotti puzzolenti) abbracciano e baciano un signore sdentato (Antonio, classe 1927) che va «un attimo» in ospedale. Coseta e Cristina sono le infermiere di turno che ci offrono caffé. Sono vestite bianco-blu. Così, non so perché, ripenso a Cicerone che ricorda Cincinnato nel suo riposo, di quando il condottiero ormai vecchio fu costretto dal senato di Roma a impugnare di nuovo la spada contro i terribili Equi. Eccoli qui invece i sei vecchi schierati nelle loro poltrone come se fossero sulla spiaggia, in riva al mare e che invece si gustano Eduardo di Natale in casa Cupiello.
È curioso vedere questi antichi che fanno merenda come bambini né tristi né gai. Mangiano crostata di marmellata di albicocca e bevono succhi di frutta. Sono bambini con i quali occorre «molto affetto e molta pazienza», mi sussurra Nando. È strano. Ho l’impressione che non si siano mai mossi da qui. Sembra che siano nati e cresciuti e invecchiati in questa casa... «Né il nostro agire né il corso della nostra vita sono opera nostra, lo è invece ciò che nessuno ritiene tale: la nostra essenza e la nostra esistenza... Già al momento della nascita, quindi, l’intero corso della vita di un uomo è irrevocabilmente determinato fin nei minimi particolari, tanto che una sonnambula dotata di straordinari poteri sarebbe in grado di predirlo con esattezza» (Schopenhauer).
Nando sorride raccontando che ogni mattina qualcuno, nel tentativo di superarlo giacché guida con disciplina esemplare, sulla via che lo porta a Casa «Raggio di sole» gli grida «andicappato!, sei un andicappato!». Nando ci ride su e poi si fa serio quando mi permette di visitare le camere degli ospiti. Vedo le foto di Elena scolaretta; gli orsacchiotti di Concetta. Noto che i letti sono perfetti. Odore di pulito. Sento che sono felice.
Diverse stanze hanno due letti. Alcune uno singolo. «Affetto, igiene e alimentazione». Nando, il cow boy in carrozzella, ripete «affetto, igiene e alimentazione». Sono questi i dogmi e le «cose facili» di cui hanno bisogno i suoi ospiti. Sono contento di vedere questo ordine, di respirare nei bagni buon odore a pieni polmoni. Mi sembra addirittura che Schopenhauer in questo passo su L’arte di invecchiare, non abbia ragione: «In verità si potrebbe dire che, sulla terra, gli uomini sono i diavoli e gli animali le anime dannate».
A esempio, i signori ospiti che a fine mese versano (loro o i loro familiari) milledue-milletrecento euro mediamente, con punte di millecinque-millesei, a pranzo hanno mangiato: brodo con quadrucci all’uovo, pesce alla pizzaiola e macedonia, mentre questa sera il menù prevede verdura, prosciutto e formaggi. Intanto Casa Cupiello impazza e Nando mi fa scoprire che sotto la casa ci sono «le catacombe». Allora scendo e scopro grotte e cunicoli, passaggi e fessure. Penso che a pochi chilometri c’è Anzio. Lo sbarco alleato a Anzio. I bombardamenti. La battaglia di carri armati. I tedeschi che si ritirano. Roma liberata. Faccio i conti: Elena è nata nel 1915, Concetta nel ’21, Maria nel ’23, Angela lo stesso, Anna ha settantasette anni, mentre Daniele è il più giovane. È nato nel 1945. Fine guerra. Non si è mai sposato.
È chiaro che Nando De Marzi è un patriarca, un pater familias o il priore di questo piccolo convento con le camere che sembrano cellette di clausura linde e austere, fregiate di oggetti che navigano nella memoria di ricordi ormai lontani... I nomi dei familiari si sussurrano appena e quello dell’operatrice sociale che viene qui per Anna è Teresa.
Teresa accarezza Anna come fosse sua figlia. E Viola - un’altra infermiera - è bellissima. Nera di capelli e bianca sul viso. Cammina ondeggiando e quando apre l’armadio delle medicine pare che scardini un forziere. «Esiste soltanto una virtù terapeutica, ed è quella della natura. Unguenti e pillole non ne possiedono: tutt’al più possono indicare alla virtù terapeutica della natura dove essa possa fare qualcosa».
Oggi è San Giuseppe. A un certo punto qualcuno suona alla porta e appare con un enorme vassoio di bignè alla crema. «La signora ha portato le paste», sussurrano i vecchi. Io cerco di immaginare le famiglie dalle quali questi anziani provengono. Penso ai genitori che hanno avuto e a quali figli hanno. Chissà quali storie ingolfano o semplificano la loro vita. «La musica! La musica fa bene. Nessuno ci credeva. Ma ai vecchi piace e fa bene. Li accarezza», mi racconta Nando che nel frattempo si è esibito in due o tre numeri da carrozzella - ci ridiamo su. Anzi, il tipo è uno che si incazza a morte con i portatori di handicap che si atteggiano a vittime.
Prima di andare via con Livio Chiominto che aveva un padre ottantenne - quando lui ne aveva cinque - sempre elegante con il suo panama bianco e doppiopetto bianco, rifletto che i vecchi - famiglia sì famiglia no - sono straordinari proprio come i bambini. Sono leggeri, semplici, intelligentissimi, se avidi: appunto come bimbi e, soprattutto, sono pronti a spogliarsi di ogni cosa se la mente e il corpo li assiste e non ne pregiudica stabilità e equilibrio. Poi i vecchi rassomigliano di più agli animali. Sono istintivi e smemorati. E nudi. Proprio nudi e trasparenti come gli animali. «Al mondo vi è soltanto una creatura bugiarda, ed è l’uomo. Tutte le altre sono sincere e leali, poiché si mostrano apertamente per ciò che sono ed esprimono esattamente ciò che sentono. Una manifestazione emblematica, o allegorica, di questa differenza fondamentale sta nel fatto che tutti gli animali vanno in giro nel loro aspetto naturale, il che contribuisce assai a suscitare quell’impressione così piacevole alla loro vista, che sempre mi spalanca il cuore, specialmente se si tratta di animali liberi. L’uomo, invece, per colpa dei vestiti si è trasformato in un personaggio grottesco, un mostro, la cui vista già per questo suscita ripugnanza - un effetto che addirittura aumenta sia per l’incarnato bianco, che non gli è naturale, sia per tutte le disgustose conseguenze di un’alimentazione contro natura a base di carne, delle bevande alcoliche, del tabacco, dei vizi e delle malattie... ».
(12. Continua)