«Le case vuote del clero anche per i più poveri»

«Non scandalizziamo mai i poveri con spese inutili e eccessive» è l’appello di Dionigi Tettamanzi, che invita a contemplare «la povertà evangelica» di San Carlo Borromeo, copatrono della città, festeggiato ieri 4 novembre dalla Chiesa. Nel pontificale in Duomo, il cardinale ha ricordato per questa «beatitudine» il suo predecessore, cardinale e arcivescovo di Milano dal 1565 al 1584, le cui spoglie sono conservate nello scurolo sotto l’altare del Duomo.
San Carlo, noto per l’umiltà, la castità e le opere di carità durante la peste oltre che per il rigore con cui partecipò al Concilio di Trento, alla controriforma e alla stesura del Catechismo tridentino, è stato celebrato da Tettamanzi soprattutto per la sua capacità di rinunciare ai beni materiali, additata come esempio anche ai sacerdoti di oggi, in particolare in questo momento di crisi economica. «Il confronto con le condizioni di vita della gente a volte è per noi sacerdoti motivo di un qualche imbarazzo - dice l’arcivescovo -. A noi preti i beni materiali, a volte anche quelli superflui, non mancano, mentre alla gente spesso manca il necessario, ha lavori precari e retribuzioni inadeguate».
E ancora: «Noi abitiamo in case che dicono la premura del popolo di Dio per assicurare un’abitazione dignitosa ai suoi preti, mentre tanta gente non riesce a trovare casa». Nella stesura integrale del discorso (ampliamento dell’omelia pronunciata ieri in Duomo, che sarà pubblicata come libriccino dal titolo «La povertà evangelica del presbitero al servizio della Chiesa»), Tettamanzi invita a non lasciare inutilizzate le case per il clero rimaste vuote per la mancanza di sacerdoti: «Dovremo studiare nuove forme di utilizzo di questi immobili». E tra gli esempi, parla di utilizzarle «per soccorrere i bisogni di chi è senza casa».
Il cardinale ricorda anche che il Vangelo «non manifesta disistima e non chiede il rifiuto dei beni economici». E però «vuole che questi siano sottoposti di continuo alla signoria di Dio e ai bisogni del prossimo». Cita Matteo, “non potete servire Dio e mammona”, conclude: «Vanno ridimensionati questi beni, perché sono un mezzo e non un fine». Da qui l’invito a «non scandalizzare i poveri» con spese eccessive: «Il nostro tempo è teatro di tante ingiustizie e di una insopportabile, scandalosa disparità di condizioni».
Il cardinale invita a usare i beni ecclesiastici solo a tre fini: il culto divino, il dignitoso mantenimento del clero e le opere di apostolato e carità. «Dobbiamo chiederci se non è forma di debolezza spirituale uno stile di vita che cerca anzitutto la propria comodità». Ecco l’esempio di San Carlo Borromeo: «Dalla storia conosciamo l’importanza e la ricchezza della sua famiglia, ma anche come seppe rinunciare a molti dei privilegi che gli erano dovuti. Penso alla drastica riduzione operata nella sua corte personale, con la rinuncia a molti dei domestici e dei cavalli a lui assegnati». E chi ha orecchie per intendere, intenda.