Casellati, l’avvocato che ora difende la Sanità

«Dov’è? Dov’è?», cinguetto giulivo votandomi di qua e di là appena entrato nell’ufficio di Elisabetta Alberti Casellati. Il sottosegretario Fi alla Sanità, che non si aspettava un ingresso così demenziale, mi guarda sconcertata.
«Che cerca?», dice con un fondo di severità.
«La sua famosa figlia, dott.ssa Ludovica, da lei nominata capo della sua Segreteria sul modello del nepotismo papalino», dico con sorridente faccia da schiaffi. La signora, senza perdere una piega della sua perfetta capigliatura alla Liz Taylor anni ’60, tace e fa cenno di accomodarmi. Siede a sua volta, sistema il corpetto color pelle con roselline e accavalla le gambe. È elegante, ha bei gioielli e sarebbe un piacere guardarla, se non fosse che mi sta fulminando con gli occhi.
«Se non vuole, non parliamone. Ma la faccenda è comparsa sui giornali e poiché lei non ha mai risposto... io pensavo...», dico prudente. Ho conosciuto altre padovane come lei. Tipetti duri. Facciata piena di grazia femminile, carattere randelloso.
«Ho taciuto per non alimentare veleni. Chi mi conosce sa che, se parlo, sparo direttamente al cuore, non alla schiena», dice. Come volevasi dimostrare.
«Spari dove vuole, ma spari».
«Mi ha offeso l’accusa di privilegio nel prendere mia figlia. Quasi fosse una stupida o una disoccupata a cui dare un lavoro. Volevo una persona di fiducia, questo è tutto».
«Scegliere la figlia alimenta chiacchiere», dico.
«Ludovica ha un curriculum eccezionale. Da dieci anni era in Publitalia. Per venire qui si è dovuta licenziare, lasciando un lavoro a tempo indeterminato, per uno precario», dice.
«Quale stipendio?»
«Lo stesso di prima. È il ministero che lo ha stabilito, non io. Avrei capito che si parlasse di privilegio, se fosse venuta qui a mezzo tempo, tenendosi anche l’altro lavoro. Ma così, è solo l’ululato di falsi moralisti», dice e lo sguardo dardeggia a 360 gradi. Ora non ce l’ha più con me, ma con la meschinità dell’universo mondo.
«Arrabbiata?».
«Non sono arrabbiata ma, quando parlo, partecipo», dice e si scioglie in un sorriso.
«Lei, giurista, si occupa di Sanità. Com’è?», dico sollevato.
«Siamo una famiglia di giuristi e medici. Io stesso ero incerta se iscrivermi a Legge o Medicina. Di noi quattro fratelli, il primo e l’ultimo sono medici, i due di mezzo avvocati».
«È anche benemerita della Cri».
«Lo sono per averla “scommissariata” dopo 20 anni nel ’94, quando ero presidente delle commissione Sanità del Senato».
«Ma è meno benemerita per averne affidato la presidenza a Maria Pia Garavaglia, amicona dell’ineffabile Oscar Luigi Scalfaro», provoco.
«Considero Garavaglia molto intelligente. Stima personale, non politica. Del resto, l’unica scriminante nella vita è l’intelligenza», dice elitaria e con tocco leggero si scosta i capelli all’altezza dell’orecchino a farfalla.
«Cos’era politicamente prima di Fi?»
«Votavo Pli. Tradizione di famiglia. Mio padre è stato partigiano liberale, vicequestore politico di Rovigo, dove sono nata. Condannato a morte dai fascisti, liberato per miracolo. Prima di Fi non avevo mai fatto politica».
«Come è nata la voglia?».
«Nel ’93, mi colpì un’intervista di Berlusconi in cui diceva che, se avesse dovuto votare per il sindaco di Roma, avrebbe scelto Fini anziché Rutelli. Mi piacque il coraggio. “Questo ha i connotati”, mi sono detta. Ora la politica mi piace e spero di continuare».
«Lei è una matrimonialista di grido. Esercita anche ora?».
«Pochissimo. Solo il venerdì pomeriggio quando torno a Padova. Ho aumentato i collaboratori e diminuito il clienti. Economicamente ci perdo. Ma tengo in piedi lo studio per non buttare 30 anni di lavoro».
«Rara avis tra le matrimonialiste, lei difende anche maschi. Il calciatore Stefano Bettarini contro la moglie Simona Ventura, per esempio».
«Sono l’avvocato di chi me lo chiede. Un tempo, venivano solo donne alle quali è più facile confidarsi con una dello stesso sesso. Ora, c’è equilibrio. Certo, è più difficile difendere un uomo. La legge è dalla parte delle mogli. Ma se continuo ad avere clienti maschi, significa che riesco a ottenere qualcosa anche per loro». L’addetta stampa, Laura Antonini, che presenzia all’intervista, attira l’attenzione con un garbato colpo di tosse. Fin qui aveva emesso solo un gemito quando ho parlato della figlia. Ora ci ricorda che dobbiamo accelerare. Il volo per la Norvegia, in cui il sottosegretario dovrà essere nel pomeriggio, è imminente.
Si è finalmente liberata di Sirchia e delle sue ossessioni, fumo, obesità...
«Sirchia era il ministro più popolare. La legge sul fumo è piaciuta all’80 per cento degli italiani, fumatori compresi. La sua uscita non è un giudizio di valore. Si è solo voluto per questo scorcio un ministro più politico».
Ed è arrivato quel luminare di Storace che fuma e mangia. Come ci si trova?
«Sto misurando i miei passi. Il rapporto è cordiale e non ha toccato le mie funzioni. Certo, lui è visibilmente diverso. Sirchia sembra uscito da un quadro dell’800, tanto è misurato. Storace è più sanguigno. Ma molto intelligente e gran lavoratore».
Ha tappezzato la città con un cartellone balzano: “Storace ministro. Un’opportunità in più per Roma”.
«Noi del Nord abbiamo un’espressività più misurata. Il suo è un entusiasmo tipicamente romano».
Lei ha la delega sui temi bioetici. Che farà al referendum sulla fecondazione assistita?
«Non voto. È un referendum sbagliato perché i quesiti sono tecnici e richiedono competenze che il cittadino comune non ha».
Perché vietare l’analisi degli embrioni da trapiantare, per poi consentire l’aborto se il feto è imperfetto?
«E se facendo l’analisi si danneggia o si uccide l’embrione? Meglio intervenire quando la malformazione è certa».
Per lei, l’embrione ha lo stesso valore di un vivente. Chi getterebbe dalla torre, l’embrione o il bambino?
«Non sto al giochino. Sono entrambe vite e ammazzerei in ogni caso. Solo che nell’embrione il bambino non lo vedo. Ma è tutta la differenza».
Come si trova in Forza Italia?
«Se ci resto, vuol dire che ci sto bene. I processi a Berlusconi sono riferiti a fatti che precedono di anni la sua carriera politica. Questo mi è parso sospetto e non ho cambiato idea sulla persona. E anche gli altri sono coinvolti in odio a Berlusconi».
Non si fida della magistratura?
«Dei politicizzati. La e-mail del pm Spataro in cui dice che bisogna eliminare tutti i magistrati collaboratori del ministro Castelli, è di una gravità inaudita. E che dire degli altri tutori della legalità che sfilano coi disobbedienti per i quali la legalità è un non senso?».
Tornando a Forza Italia: i coordinatori nazionali, Bondi e Cicchitto, sono i tipi giusti per le politiche 2006?
«Lo sono sufficientemente. Bene che stiano lì. Urge invece un ricambio dei coordinatori regionali. Ce ne vogliono di più attenti che spieghino ciò che il governo ha fatto. Mi sento più tranquilla al centro che alla periferia di Fi».
Lei è tra i ringalluzziti per la striminzita vittoria di Catania?
«Non enfatizzo. È una boccata di ossigeno e la speranza di un nuovo inizio».
Il Cav ha esultato: “Con me si vince”, riferendosi alla passeggiata sul lungomare col sindaco Scapagnini. Esagerato?
«Già prima del voto, tutti mi avevano detto che dopo quel bagno di folla le cose stavano cambiando. È un fatto».
Lei è una delle pie donne di Fi, come Armosino, Santelli, Paoletti Tangheroni, che portano ricostituenti al Cav?
«Non mi piacciono gli atteggiamenti materni o da crocerossina, tanto meno verso Berlusconi che non ne ha bisogno. Per me, lui è stata una grande intuizione e non lascerei mai il partito. Piuttosto, lascio la politica».
Che pensa del Cav?
«Eccezionale quello che ha fatto e il suo coraggio. Dicono che non sia un politico. Invece lo è, ma diverso. Ha innovato il linguaggio. La gente lo sente come uno di loro. Gli altri, già per come parlano sono diversi. Quelli di sinistra lo hanno poi imitato, seguendo corsi di comunicazione e facendo gli stessi cartelloni».
Nel 2006, per la Cdl sarà cappotto o perde ai punti?
«Vince ai punti. Non gli faremo cappotto come nel 2001, ma un impermeabilino».
Da quali alleati, Fini, Follini, Bossi, teme di più gli sgambetti?
«Penso che il più tentato sia Follini. Fini invece dove va senza Fi? An deve per forza stare in una coalizione».
Ha dato del Pinocchio a Prodi perché nega di tingersi i capelli.
«Sua moglie Flavia mi ha scritto. “Vuole che le mandi una ciocca che lei potrà fare analizzare davanti a un notaio?”. Le ho risposto da matrimonialista: “Le donne sono sempre le ultime a saperlo. Non si fidi di lui”».
Meglio la bandana del Cav?
«Certo, se vuole ripararsi dal sole. Col cappellino non ce lo vedo. Una stravaganza è criticabile in uno scapestrato. Ma se uno lavora 20 ore al giorno, faccia quel che vuole».
Chi augura al Cav come avversario nel 2006?
«Il risultato non dipende da chi si ha di fronte, ma dalle prospettive. Quale futuro ci darà la Sinistra e quale il Polo».
Lei come li vede questi due futuri?
«Con l’Ulivo come regressione. Con la Cdl come avanzamento».