Caselli: «I Ros decisero di non perquisire il covo di Riina»

Sul banco degli imputati il direttore del Sisde e il capitano che arrestò il boss

Marianna Bartoccelli

nostra inviata a Palermo

Ci provano il presidente del Tribunale, Raimondo Lo Forti, e il pubblico ministero Antonio Ingroia ad ottenere dichiarazioni più approfondite rispetto alle note acquisite da tempo agli atti. Ma il procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli interrogato a Palermo nel processo a Mario Mori e Sergio De Caprio come teste dell'accusa e della difesa insieme, intende limitarsi a leggere e rileggere quanto era già stato detto: «Non ho ricordi personali su quel periodo - ripete quando il pm lo sollecita a dire qualcosa in più - tutto ciò che posso dire è legato a queste note acquisite in questo dibattimento». E sembra così voler salvare da ogni accusa il direttore del Sisde e il capitano Ultimo, ormai destinato ad occuparsi di ambiente : «L'orientamento della procura - rilegge nelle carte - era quello di procedere con la perquisizione del complesso residenziale dal quale era uscito Riina quella mattina , ma ci fu la richiesta dei Ros di rinviare la perquisizone per potere proseguire le indagini. La motivazione era molto convincente, c'era da tempo un rapporto di fiducia tra noi e il Ros (di cui Mori era il vice capo e De Caprio capitano, ndr) quindi ci è sembrato doveroso accogliere questa richiesta. Così, d'intesa si decise di rinviare la perquisizione» . Così quella che poteva sembrare una delle udienze storiche del processo che vede sul banco degli imputati i due protagonisti dell'arresto del boss Totò Riina, in quel lontano gennaio del 1993, con la pesante accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra, non fa altro che rendere ancora più inquietante la domanda che tutti si sono posti all'avvio del processo: ma perchè processare il direttore del Sisde e l'ormai leggendario capitano Ultimo? Perchè portare sul banco degli imputati due personaggi considerati da sempre «cavalieri senza macchia» della lotta al crimine organizzato? Un processo voluto in modo contraddittorio proprio dalla procura di Caselli che in un primo momento apre l'inchiesta ma poi gli stessi pm che indagano, Filippo Prestipino e Antonio Ingroia ne chiedono l'archiviazione ricevendo un secco no dal gip, Vincenzina Massa che impone a sua volta ai pm un supplemento d'indagini per chiederne alla fine il rinvio a giudizio non voluto dalla pubblica accusa. Nel corso dell'interrogatorio durato almeno due ore Giancarlo Caselli ha spesso ammesso di non ricordare molti momenti di quei giorni che coincisero con il suo insediamento a Palermo dopo le stragi del '92. E così per «restare nel perimetro» usa le note già inviate il 12 febbraio 1993 (quando divenne noto che dentro la casa dove viveva il boss non era rimasto nulla e la moglie con i figli avevano lasciato quel luogo subito dopo l'arresto). L'aspetto che rimane controverso è quello della sospensione della sorveglianza della casa di Riina: «Venne deciso autonomamente senza che la Procura ne venisse informata», spiega il procuratore generale che per tutto l'interrogatorio ha comunque ribadito la sua piena fiducia sia nei confronti di Mori, con cui aveva lavorato a lungo a Torino ai tempi del terrorismo che nei confronti di Di Caprio. Su Mori ricorda di essere stato proprio lui, prima di arrivare a Palermo ad averlo chiamato dopo aver saputo dal generale Delfino che il pentito Di Maggio li avrebbe portati al covo di Riina. Fiducia che comunque deve avere avuto momenti contraddittori se l'inchiesta contro i due viene aperta il 21 novembre 1997 dalla Procura di Caselli ma contro ignoti, a seguito delle dichiarazioni del pentito Di Matteo, padre del bambino ucciso con l'acido da Brusca, che racconta del covo di Riina dopo 5 anni dal suo pentimento iniziale. «Nel 2002 - ricostruisce Piero Milio del pool della difesa con Francesco Romito ed Enzo Musco - la richiesta di archiviziazione dei pm viene accolta parzialmente ma soltanto il 18 marzo 2004 gli ignoti diventano noti e si chiamano Mori e Di Caprio».