Caselli racconta i nuovi terroristi «Uno sfocato replay delle Br»

«Come allora c’è l’asse Torino, Milano, Padova, e la tendenza a inserirsi nei centri sociali e nel sindacato»

da Torino

«Quelle di oggi sembrano per certi profili un replay delle vecchie Brigate Rosse. C’è di nuovo l’asse Torino-Milano-Veneto, c’è di nuovo una rivista, questa volta si chiama Aurora, allora era Controinformazione, più patinata ma con la stessa funzione, c’è di nuovo la tendenza sia a nascondersi dentro i centri sociali (allora erano i collettivi politici) sia ad essere parassitari, inserendosi sotto traccia nel sindacalismo democratico. Ma è un replay molto sfocato, quelle erano le Br che crescevano e sembravano inarrestabili, queste di adesso, per fortuna, sono state fermate prima di diventare operative, prima che gambizzassero, prima che uccidessero». Il commento è di un personaggio che di Br se ne intende, il procuratore generale del Piemonte Giancarlo Caselli, che rappresentò l’accusa al primo processo contro di esse che si celebrò a Torino contro i capi storici del movimento quasi tutti arrestati nel 1974-75, quando non si riuscivano a trovare sei giudici popolari perché tutti gli estratti lasciavano per «sindrome depressiva», quando venivano ammazzati l’avvocato Croce, il maresciallo Berardi, l’agente carcerario Cotugno e venivano feriti il caporeparto Fiat Palmieri, l’agente Digos De Martini, i medici Ghio e Ferrero, quando nelle fabbriche della città si registrava una sistematica e massiccia diffusione dei volantini che le Br via via emettevano per cadenzare le diverse fasi del sequestro Moro che nel frattempo era rovinato sul processo in questione.
Ma alla fine il processo si tenne (fu ucciso ancora il commissario Esposito proprio mentre la Corte entrava in Camera di consiglio), gli imputati furono condannati e quello, come ha detto Caselli, fu «l’inizio della fine delle Br, messe in crisi dalla constatazione che la democrazia e lo Stato di diritto erano più forti di ogni fanatismo ribellistico, perché capaci di processare - e condannare - anche la “lotta armata”».
No, oggi le cose non appaiono proprio come allora. «Pensiamo alle loro teorie, a quel poco che si sa per adesso - continua Caselli -. Le loro analisi, le loro elucubrazioni sono solo delle caricature del passato. Sono il ritratto di qualcosa che non c’è, si intestardiscono a descrivere una realtà che non esiste, che vedono solo loro, negando anzi ciò che è evidente. Le loro non sono che illusione tipiche di bambini, ma di bambini che non ottenendo quel che vogliono, diventano aggressivi, si spingono verso la criminalità, sono pronti ad ammazzare». Ma qual è l’humus sociale e politico su cui immaginano di reinnestare la pianta brigatista? Spiega il procuratore Caselli: «Loro pensano: Io voglio essere brigatista, voglio fare proselitismo, allora vado a cercare simpatizzanti in certi settori dove la totalità delle persone esprime forme di antagonismo e di dissenso, dove qualcuno più fragile, più debole lo si trova sempre. Magari pure fra certi ultrà del calcio, protagonisti di recenti drammatiche vicende. Questo però - conclude Caselli - non vuol dire che ci sia un coinvolgimento generalizzato di quegli ambienti, insomma un antagonismo magari vivace ma nient’affatto criminale».