Casini, attento alle fissazioni

L’intesa trasversalmente neocentrista promossa ieri da Pierferdinando Casini non sta in piedi. C'è chi spiega questa mossa con le prossime amministrative e possibili elezioni politiche. Il leader dell'Udc cercherebbe voti con la coerenza d'immagine, sacrificando la ragionevolezza degli argomenti. Il mondo è pieno di sconfitti che consideravano stupidi gli elettori. Il buon politico sa che, se anche si può perdere avendo ragione, l'elettorato quando sceglie lo fa sulla base di argomenti, non in stato ipnotico.
Non si comprende come Casini, politico di alta scuola, non colga il proprio velleitarismo. Lamberto Dini gli ha subito spiegato: l'Udc non basta a sostituire Rifondazione. Non ha parlamentari a sufficienza. È insensato, poi, evocare l'esempio della Germania: lì la Cdu-Csu ha oltre il 35 per cento dei voti e la maggioranza dei Laender, non ha il 6 per cento e non è marginale nella gran parte del Paese. I liberali, con pure quasi il doppio di voti dell'Udc, non discutono la leadership dei partiti maggiori. È impressionante come un leader così abile, poi, sia fuori dal senso comune della gente, che chiede il bipolarismo come garanzia di un non ritorno al sistema partitocratico. Ed è incredibile come non si renda conto che il 15-20 per cento non bipolarista in Italia, sia composto da militanti di partiti con forti connotazioni identitarie, considerati antagonisti dall'Udc: da Rifondazione ai radicali.
Gli elementi che precedentemente Casini aveva proposto alla riflessione del centrodestra erano seri: l'esame dei limiti della passata esperienza di governo (naturalmente compresi i comportamenti udiccini che dal pubblico impiego alle fondazioni bancarie, non sono sempre stati così modernizzanti come si pretende oggi), l'attenzione alle questioni morali poste dalla Chiesa (ma per farle pesare, non per sventolarle a fini partitinocratici), un'iniziativa verso settori moderati non schierati (però per conquistarli a nuove posizioni non per confortarli su una linea come quella che fu del Corriere della Sera di appoggio a Romano Prodi con contorno di Fausto Bertinotti), un'attenzione a un modo di far politica meno «carismatico» e più programmatico: ma rispondere a questa esigenza con l'orgoglio da piccola potenza è il modo più sicuro per non ottenere risultati.
Oggi l'analisi di Casini, invece, parte da una constatazione sbagliata. L'opinione pubblica non ce l'ha con il bipolarismo ma con il governo Prodi: solo chiudendo gli occhi non si coglie questa realtà. Non è tardi per Casini per dare un contributo alla politica nazionale ma deve scegliere basi realistiche. E non sostituire il confronto nel centrodestra con argomenti sprezzanti: ora contro il populismo ora contro le posizioni del Giornale come «quotidiano fratello» (insulto magari lanciato da un quotidiano-fidanzata). In Casini pesa il legittimo orgoglio di provenire dalla grande tradizione della Dc che tanto ha dato all'Italia. Ma la Dc negli anni '90 è fallita. Ora, i falliti sono il sale della terra: solo chi ha osato, è fallito e proprio per questo diventa prezioso per il futuro. Ma se pensa «al futuro». Non se si incaponisce su un'impresa chiusa. Se no, oltre che fallito diventa anche fissato.