Casini la banderuola: moralista all’occorrenza che non molla i privilegi

Dopo 28 anni in parlamento ora l’ex presidente della Camera si scopre giustizialista e s’improvvisa fustigatore della Casta. Il giallo sul biglietto: dopo il voto sull'arresto di Papa il Cav gli avrebbe inviato un messaggio: fai schifo

Roma - «E il segretario del Ccd, Pier Ferdinando Casini, lascia aperte le porte a tutte le ipotesi». Così si legge in una cronaca di Repubblica del 1996 sull’amnistia per Mani Pulite. Una piccola frase che centra in pieno il rapporto di Casini con la giustizia in questi quasi trent’anni di parlamento. Lasciare aperte le porte a tutte le ipotesi può significare buon senso ma anche opportunismo, scaltrezza e ondivaghismo. Un comportamento da bravo democristiano, insomma: sì all’amnistia per Mani Pulite, forse, no, vediamo. Casini all’epoca dichiarava: «Tecnicamente le soluzioni sono diverse, ma quello che importa è non rassegnarsi a questo clima di veleni».

Per quei tempi, fare un passo verso l’amnistia significava comunque essere ancor più che garantisti. Il D’Alema d’allora, per intendersi, tuonava indignato: «La stagione di mani Pulite non può chiudersi così!». E invece Pier Ferdinando tentennava. E così su molti dei casi più noti a cavallo tra questo e il secolo scorso che hanno visto politici coinvolti in beghe giudiziarie più o meno serie.

Lungo questo filo molto fluttuante si è quindi mosso l’allora giovane discepolo di Forlani, in quegli anni e nei cinque lustri successivi, sempre più vicino, per la verità, alla clemenza e al perdono, al «no» a ogni accusa preventiva, fino alla clamorosa presa di posizione sul caso Papa, due giorni fa: basta con la casta dei privilegiati, è stato il pensiero dell’ultimo Casini, convertitosi da indulgente garantista a fustigatore dei privilegi di palazzo, lui che per 28 anni ha percepito una media di quasi 8mila euro al mese tra diaria e rapporto con gli elettori, più i soliti viaggi gratis su treni e aerei, rimborso telefono eccetera, e infine cinque anni di auto blu da presidente di Montecitorio, benefit di cui ha ancora diritto in qualità di «ex», insieme a un ufficio. Casini ne fa uso o ha rinunciato? Racconta qualcuno alla Camera che dopo il voto Berlusconi gli avrebbe mandato un bigliettino con scritto: «Pier fai schifo». E si racconta pure che la notte dopo il giudizio, mercoledì, Pier sia stato un po’ insonne, dispiaciuto per Papa e preso da brutti rimorsi.

La metamorfosi casiniana è avvenuta per la verità tempi precisi e recenti. È esattamente da marzo che il leader dell’Udc ha iniziato a non parlare più di diritti garantiti per i parlamentari sotto processo, ma a esporsi sorprendentemente per le punizioni esemplari. Il 7 marzo spiegava: «Con i processi che stanno iniziando a carico di Berlusconi, l’immunità parlamentare non verrebbe presa come una prerogativa di salvaguardia ma come un inaccettabile privilegio. Non è momento di parlarne». Era il momento invece di parlarne l’11 novembre del 2009, quando, in un’intervista a Mattino 5 l’immunità parlamentare era un baluardo democratico. Il numero uno dell’Udc si esprimeva così: «Oggi parlare di immunità sembra un'eresia ma a livello europeo, sotto una forma nuova rispetto a quella che era prevista dalla nostra Costituzione, c’è e nessuno si è scandalizzato. È stata votata dai socialisti e dai popolari».
A parte la proposta di immunità all’europea, Casini era poi spesso vicino ai suoi indagati dell’Udc.

Anche su Totò Cuffaro, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, nel 2006 il leader centrista spezzava una lancia garantista: «Mi assumo la responsabilità di ritenere Cuffaro una persona onesta - diceva il 6 febbraio a Lucia Annunziata - è un signore che fa politica e che qualcuno ha messo sotto processo». Due anni dopo lo definiva un «perseguitato», salvo poi scaricarlo a seguito della condanna a sette anni.

E quando a finire nel mirino dei magistrati fu addirittura il segretario del partito, Lorenzo Cesa, Casini, quando arrivò l’archiviazione, rinnovò il suo attendismo di buonsenso: «Siamo molto contenti che questa vicenda surreale instaurata dall’onorevole De Magistris prima della sua elezione al Parlamento europeo, sia finalmente chiarita». Fino a poco tempo fa, insomma, Casini non sembrava amare la campagna antipolitica avviata da Grillo e da Di Pietro, anche perché nella cosiddetta casta privilegiata il cinquantacinquenne bolognese ha fatto ingresso nel lontano 1983.

Adesso il vento è girato, a partire dal sito personale, dove ieri pomeriggio il leader Udc scriveva: «Tutti ci definiscono casta. Solo così saremo liberi e forti».