Casini: «Bene il federalismo debole il ruolo del premier»

Il presidente della Camera: «Non tutta la riforma mi convince, sdrammatizziamo il voto popolare. Berlusconi è alleato, non avversario»

Massimiliano Scafi

da Roma

La devoluzione? Insomma. «Per essere chiaro, non è che tutta la riforma mi convinca tanto». E prima, sostiene Pier Ferdinando Casini, era anche peggio: «Il testo, rispetto a quello iniziale prospettato tre anni fa, è profondamente cambiato, l’Udc ha lavorato per migliorarlo, inserendo punti fondamentali come l’interesse nazionale». A bocce ferme, nel salotto bianco di Porta a Porta, il presidente della Camera elenca tutti i suoi dubbi. Bene, dice, soprattutto il federalismo, «che è la parte migliore del progetto». Meno, molto meno invece la parte che riguarda il governo: «Altro che dittatura del premier. L’abbiamo talmente ingessato con le norme antiribaltone che rischiamo di avere un capo dell’esecutivo più debole del previsto, non più forte». Riserve pure sul bicameralismo: «Ho delle perplessità sul funzionamento concreto di un meccanismo complesso che si è messo in essere tra Camera e Senato delle autonomie».
Non una bocciatura, ma certo è una piccola presa di distanze. «Ci sono dei problemi», sintetizza Casini che ha pure «un forte rammarico». «Quando si fa una riforma costituzionale - dice - non si può essere contenti se viene approvata a maggioranza, perché la Costituzione è di tutti». Tra qualche mese comunque toccherà agli italiani giudicare la riforma: «Il referendum è un grande fattore di democrazia. Spero che i cittadini, con serenità, esaminino e votino senza essere tirati da una parte e dall’altra dai partiti. Sdrammatizziamo la questione. Se la legge verrà bocciata, significherà che il giudizio della gente sarà negativo». E se è spaccato il Palazzo, si spera che non lo sia anche il Paese: «Bisogna ricordare sempre l’appello di Sandro Pertini. Occorre affrontare i difficili passaggi che attendono l’Italia senza cedere alla spinta degli egoismi e degli interessi particolari. Serve l’unità».
Casini dunque torna in pista. Ufficialmente. «Ieri sono andato dal capo del gruppo misto a Montecitorio Marco Boato - racconta - e gli ho preannunciato che chiederò di ripassare all’Unione di centro, il mio partito». Iscriversi al misto dopo essere stato eletto alla presidenza dell’assemblea di Montecitorio, precisa, è stato «un atto simbolico», un segnale concreto di neutralità. Ultimamente da sinistra lo hanno parecchio criticato. «Mai io - risponde - penso di aver assolto in modo sereno i miei compiti».
Ora però si apre una nuova fase: «La riforma elettorale non è la migliore che si potesse fare, mancano ad esempio le preferenze, ma è l’unica possibile a causa dell’ostruzionismo. Per la sinistra il proporzionale cambia le regole del gioco, mentre invece si tratta di un elemento di grande democrazia. Se le coalizioni sono omogenee sono anche in grado di governare». Casini farà campagna elettorale. «Farò come hanno fatto prima di me Spadolini, Malagodi e Fanfani, che hanno lavorato rigorosamente come presidenti dell’assemblea e che, nello stesso tempo, hanno avuto un impegno pressante nei loro partiti. Nel momento in cui si riconsegna lo scettro al cittadini è giusto assumersi le proprie responsabilità».
Tanto più che con il proporzionale di riapre la competizione interna. Casini, come Berlusconi e Fini, sarà uno dei candidati premier del centrodestra. «Io sono svantaggiato, parto dal punto più basso, però sono anche quello che ha meno da perdere». Nessuna guerra fratricida: «Berlusconi è un alleato, non un avversario. Non ho intenzione di fare campagna elettorale alimentando litigiosità che sono negative». Ma un pizzico di discontinuità come direbbe Marco Follini, quella sì: «Occorrono meno ipotesi di promesse e più cose concrete. Non torno in campo per insultare e per buttare quello che ho imparato in cinque anni, ovvero che anche nell'avversario politico può esserci un frammento di verità».