Casini: "Cambiamo la giustizia. Senza Di Pietro"

Il leader Udc: "Veltroni scarichi l’alleato giustizialista e accetti di
fare la riforma con noi e il Pdl". E sui guai del Pd: "Per anni hanno
predicato l’infallibilità dei pm. Ma chi di moralismo ferisce..."

Roma - Onorevole Pier Ferdinando Casini, allora questa questione morale esiste o no?
«Inutile girarci intorno, esiste nella Seconda Repubblica come esisteva nella Prima».

Dai tempi di Tangentopoli, insomma, non è cambiato nulla?
«Mi pare ridicolo che qualcuno si sia potuto illudere di sbarazzarsene così, senza una riflessione seria. La questione morale è intrinseca al potere e non nasce certo ai giorni nostri visto che anche Gesù dovette cacciare i mercanti dal tempio».

Nel ’94 toccò a Dc e Psi mentre il Pci restò alla finestra, oggi è nella bufera il Pd. Una nemesi?
«Credo che la sinistra debba riflettere su un fatto: chi di questione morale colpisce di questione morale perisce...».

È un sì?
«Dico solo che per anni hanno predicato l’infallibilità della magistratura e pensato si trattasse di qualcosa che riguardava solo gli altri».

Invece?
«Dopo essersi fatti alfieri del moralismo si ritrovano oggi ad essere vittime di quello stesso giustizialismo che hanno difeso».

Perché?
«Perché non c’è mai stato un serio esame di coscienza. Al di là delle inchieste giudiziarie, nelle regioni rosse la sinistra ha sempre avuto una concentrazione di potere formidabile e almeno sotto il profilo politico credo che il problema lo si potesse affrontare prima, invece di scoprire d’incanto che la presunta superiorità morale non esiste».

E adesso che incombe la cronaca degli ultimi giorni?
«Non mi piace infierire sul malato, ma ora il Pd non può non misurarsi con questa questione».

Partendo da dove?
«I punti salienti sono due: l’alleanza con Di Pietro e la riforma della giustizia».

Iniziamo da Di Pietro.
«È un giustizialista e un moralista fine a se stesso. Mettendosi nelle sue condizioni bisognerebbe essere ben più cauti».

Intende dire che anche per lui potrebbe arrivare la nemesi?
«Dico che ognuno ha la sua storia e Di Pietro ha una bella faccia tosta ad essere sempre quello che scaglia la prima pietra e invoca il rogo. Il Pd dovrebbe prenderne decisamente le distanze».

La riforma della giustizia.
«È arrivato il momento di sedersi a un tavolo e discutere. L’inconsueto intervento del capo dello Stato sulla guerra tra bande che attraversa la magistratura è la dimostrazione che è una questione che riguarda tutto il Paese».

Se il Pd si sedesse oggi al tavolo, però, lo farebbe da una posizione di inferiorità. Quasi fosse un’ammissione di colpa...
«L’obiezione è sensata, ma andando avanti su questa strada non si smuoverà mai nulla. Non è un caso che Violante solleciti da tempo un atto di coraggio in questo senso».

L’Udc, invece, è pronta a discutere una riforma della giustizia?
«Certamente sì, non è una priorità solo per Berlusconi ma per tutti gli italiani. Anche se, sia chiaro, questo non significa dare deleghe in bianco al governo ma confrontarsi nel merito perché fino ad oggi l’esecutivo non ha ancora chiarito cosa vuole davvero fare. Se invece nella maggioranza prevale la linea dei falchi, che poi è quella che trova la sua forza nell’estremismo di Di Pietro, allora non credo si andrà lontano».

Lei auspica un confronto nel merito. Partiamo dall’obbligatorietà dell’azione penale...
«La nostra idea è che vada mantenuta ma con una sessione parlamentare annuale che indichi le priorità».

È d’accordo sul dare durante le indagini più autonomia alla polizia giudiziaria rispetto ai pm?
«Assolutamente sì, è uno dei punti più importanti».

La separazione delle funzioni o delle carriere?
«Credo si possa fare di più per separare le funzioni in modo più esplicito e chiaro».

E sul Csm?
«È un tema complesso, ma sono dell’idea che una parte dei suoi membri dovrebbe essere nominata dal capo dello Stato, così da evitare che il Csm sia solo il luogo in cui dirimere scontri interni alla magistratura e alle sue correnti».

Nel merito avete posizioni diverse da quelle del Pd...
«Non è un mistero che su questa materia l’Udc sia più vicina al Pdl. D’altra parte la nostra tradizione è antigiustizialista».

E se al tavolo dovesse sedersi solo il Pdl e non Veltroni? Casini che farebbe?
«Se il Pd non ha intenzione di venire al tavolo - e questo non lo credo - noi ci saremo comunque».

Anche sui provvedimenti anti-crisi lei ha dato una disponibilità a collaborare...
«Guardi che se si prende la contabilità dei decreti legge che abbiamo votato si vedrà che in sette occasioni ci siamo detti favorevoli, nove volte ci siamo astenuti e altre otto abbiamo votato contro. Questo per dire che l’Udc non ha alcun preconcetto verso la maggioranza. Poi, certo, a dialogare bisogna essere in due e se Berlusconi fa finta di non sentire perché ci considera un rischio rispetto all’elettorato moderato non posso farci nulla. Ne sono dispiaciuto, certo, ma me ne sono anche fatto una ragione».

L’Udc potrebbe collaborare anche sul federalismo fiscale?
«In Parlamento se ne discute tutti i giorni. Però mi pare poco convincente una riforma federalista portata avanti dai più acerrimi nemici dell’abolizione delle Province».

Cioè la Lega...
«Sì... il federalismo fiscale dovrebbe servire a razionalizzare le spese non ad aggravarle. Mi pare sia necessario fermarsi a riflettere seriamente su questo punto».

Un’intesa sulla Rai è possibile?
«Penso che maggioranza e opposizione debbano trovare un accordo e rimuovere Villari dalla presidenza della Vigilanza così da procedere al più presto con la nomina del nuovo Cda. Visto che è proprietario di Mediaset, credo sia anche nell’interesse di Berlusconi che la Rai non diventi un terreno di scontro».

In questi mesi l’Udc qualche pezzo l’ha perso. E al più tardi per i ballottaggi delle amministrative di primavera una collocazione dovrà trovarla. Pdl o Pd?
«L’Udc ha perso qualche trasformista, ma ha recuperato molti quadri dirigenti in periferia. Ho tanti difetti, ma alla coerenza rispetto agli impegni presi in campagna elettorale non sono mai venuto meno. In Parlamento, quindi, continueremo ad essere autonomi. Mentre in vista delle amministrative non faremo alleanze a tappeto. D’altra parte, è chiaro che non siamo più nello schema classico del centrodestra e non solo per nostra scelta».

Il suo elettorato, però, è tradizionalmente più vicino al Pdl...
«In verità oggi è molto diverso rispetto al passato. Nell’ultima campagna elettorale la scelta era tra Berlusconi, Veltroni e Casini e chi ci ha votato lo ha fatto perché si sentiva decisamente di centro. È vero, invece, che i nostri elettori guardano con più attenzione al governo che ai partiti dell’opposizione. D’altra parte, io non ho mai escluso di ricreare un rapporto con il centrodestra. A differenza di Berlusconi: dicendo che per fare l’alleanza in Abruzzo dobbiamo entrare nel Popolo della libertà ci toglie da ogni imbarazzo. Non siamo entrati prima delle elezioni, figurarsi se vogliamo farlo oggi».