Casini alla Cdl: "Insieme si vince"

Il leader Udc avverte: "Siamo indispensabili per i moderati e alternativi alla sinistra. Non abbiamo nostalgia della Dc"

Roma - «Noi a sinistra non ci andremo mai. E questa è un’ovvietà, anche se qualcuno non lo vuole capire. Quel che è certo è che non si possono riportare le lancette della storia al ’94. Agitano falsi sondaggi per dimostrare la nostra irrilevanza. Ma noi siamo essenziali per la vittoria: dove vanno i moderati senza di noi?».
Si muove su un binario doppio e parallelo la relazione con cui Pier Ferdinando Casini chiude il congresso dell’Udc. C’è l’esposizione di un manifesto di valori saldamente ancorato al centrodestra. Ma anche una difesa accorata del suo percorso «alternativo» rispetto a Forza Italia e Lega, oltre a una sequenza di passaggi spigolosi, di stoccate e distinguo figli di alcune ferite non ancora rimarginate, retaggio di «pressioni e intimidazioni» ricevute dagli alleati e dai media nel momento in cui le scelte sul modo di fare opposizione si sono divaricate. Uno strappo, quello con gli ex alleati, che ha generato la candidatura alla segreteria di Carlo Giovanardi, propugnatore di una strategia di maggiore ancoraggio alla Casa delle libertà. Una battaglia solitaria, quella del parlamentare emiliano, che alla fine viene premiata da un buon successo personale, visto che il responso numerico del congresso conferma Lorenzo Cesa alla segreteria ma affida a Giovanardi un buon 14% di consensi. Un risultato di tutto rispetto, sicuramente superiore alle aspettative della vigilia.

Naturalmente il verdetto delle urne non modifica il messaggio che Casini detta alla platea, agli ospiti di Forza Italia e An e anche ai democristiani del centrosinistra: noi stiamo al centro e da qui non ci muoviamo. Il solco che divide l’Udc dalla sinistra è profondo, addirittura più profondo rispetto alla Prima Repubblica «quando perlomeno eravamo d’accordo sul fatto che i matrimoni si celebrassero tra un uomo e una donna e non tra due persone dello stesso sesso». Ma questo non vuol dire che non bisogna cambiare. E di fronte a questo scenario il partito dei moderati è l’unica alternativa possibile, la vera «mission» dei centristi. «Il modello c’è: è il Partito popolare europeo. Quando evochiamo il centro, facciamo il nostro dovere. Se non occupiamo questo spazio, abdichiamo alle nostre ragioni». Uno spazio che potrebbe aprirsi anche ai transfughi del futuro Partito democratico, come richiesto da due pezzi da novanta come Mario Baccini e Bruno Tabacci che anche attraverso il sito «moderatamente» stanno creando una sorta di serbatoio di pensiero per portare avanti la loro idea di partito.

Il carburante del progetto del partito dei moderati, ad analizzare le parole del leader, lo si deve però trovare più che altro nella assoluta distanza dalla sinistra. Un punto, questo, su cui Casini insiste non lesinando fendenti: «La sinistra di una volta aveva una grande storia di popolo, oggi la sinistra è senza valori né ideali, un po’ africana e un po’ americana, un impasto di radicalismo senza valori. Fanno concorrenza sul marketing a colui che demonizzano». Ed eccolo, Berlusconi. Molti si aspettavano da parte di Casini una robusta risposta anche alle battute del Cavaliere, che il primo giorno del congresso era stato tanto applaudito da esclamare: «Ma ho sbagliato indirizzo, è un congresso di Forza Italia?». E invece il leader centrista evita di entrare in polemica. Non si risparmia qualche battuta tagliente, come quella sui «sondaggi falsi». Per il resto, se qualcuno volesse trovare nel discorso di Casini una nuova puntata della telenovela sulla relazione (politica) con il Cavaliere, dovrebbe cercarla più che altro nell’orgoglio usato per rivendicare le scelte centriste e nella strana competizione accesa per la creazione di un partito moderato. E poi, ancora, nella difesa del voto sull’Afghanistan con il quale «abbiamo difeso l’onore dell’opposizione e fatto quello che ogni moderato nel mondo avrebbe fatto». E nella sponsorizzazione del sistema elettorale alla tedesca, «che anche Forza Italia aveva proposto salvo poi ripensarci».

Per il resto Casini parla da conservatore convinto. Lancia affondi pesanti contro il governo, contro la nuova legge sulla cittadinanza e difende la famiglia e il diritto di intervento nel dibattito della Chiesa, Chiesa che Casini vuole «scomoda» e non una «Chiesa del silenzio» come vorrebbe la sinistra. Questo deve essere l’Udc: un partito che non ha «nessuna nostalgia della balena bianca», ma che può vantare di avere «il fosforo delle sardine bianche». Il tutto addolcito dall’elogio finale di Pier ai suoi militanti: «Se avessi seguito le lusinghe, forse oggi questa casa non ci sarebbe. Se volevo una casa più spaziosa e bella, me ne sarei andato. E invece sono a casa mia, con fierezza. E voi siete qui, con la schiena dritta».