Casini: il centro non basta più. E inizia a corteggiare Fini

Roma Nel giorno in cui Silvio Berlusconi vola a Bonn per il Congresso del Ppe, la Camera è chiamata a votare per due volte su Nicola Cosentino. In prima battuta sulla richiesta di arresto per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e in seconda sulla richiesta di dimissioni da sottosegretario all’Economia avanzata dall’opposizione. Un voto che per molti versi apre ufficialmente il lungo capitolo giustizia sul quale sarà impegnato il Parlamento in questi mesi. E per il quale passano i primi segnali di riavvicinamento tra il Cavaliere e Gianfranco Fini e i movimenti dell’Udc di Pier Ferdinando Casini. Che decide di rinunciare all’appuntamento di Bonn proprio per essere in aula durante il voto su Cosentino e in un’intervista al Messaggero parla di «centro superato» lanciando il progetto del Partito della Nazione.
Che la posizione dei finiani rispetto a Cosentino fosse piuttosto critica - anche per ragioni di competizione interna in vista delle regionali in Campania - è cosa nota, come non è un mistero che il premier abbia chiesto a tutta la maggioranza un voto chiaro e inequivocabile, a certificare che il centrodestra - spiegava qualche giorno fa - «non può essere ostaggio dei giudici». Il fatto che la richiesta di arresto sia arrivata dopo che Cosentino si era proposto come candidato in Campania, a Palazzo Grazioli è stato infatti interpretato come un altro tassello di una strategia che punta ormai da mesi a «indebolire» e «tenere sotto assedio la maggioranza». Ragion per cui la vicenda è diventata per Berlusconi una sorta di caso di scuola sul quale il centrodestra non può avere tentennamenti. Sia sulla richiesta di arresto - il cui esito a scrutino segreto è dato per scontato - sia sulla richiesta di dimissioni, avanzata non solo dall’Idv ma anche da un partito da sempre garantista come l’Udc. Se dai finiani arrivassero sorprese, insomma, il voto potrebbe essere sul filo di lana.
In verità, però, il clima è tutt’altro. Un po’ perché a firmare la lettera in cui si invitavano i deputati a mettere da parte «posizioni personali» non è stato solo il capogruppo Fabrizio Cicchitto ma anche il suo vice Italo Bocchino, vicinissimo a Fini. Un po’ perché i segnali dicono che tra il premier e il presidente della Camera è in corso un timido riavvicinamento. Grazie ai buoni uffici di Gianni Letta, che Fini ha sentito più volte in questi giorni, ma anche ad alcuni pontieri. Secondo Dagospia ci sarebbe anche Tarak Ben Ammar, di certo ieri c’è stato Marcello Dell’Utri che è stato per un’ora a colloquio con il presidente della Camera. Un faccia a faccia al quale è difficile non dare un significato politico, visto che il fuori onda dell’ex leader di An aveva sì per oggetto il Cavaliere ma pure le accuse del pentito Gaspare Spatuzza (che prima di tutto punta il dito contro il senatore del Pdl). Anche lo scambio di auguri natalizi tra Fini e Dell’Utri, dunque, rientra in un tentativo di ricomposizione nel quale sono impegnati soprattutto i finiani. Un processo lento, tanto che seppure qualche rumors racconta di un possibile incontro tra Berlusconi e Fini prima di Natale, in privato Ignazio La Russa continua a dirsi sicuro che non accadrà tanto presto.
Anche perché, seppure indirettamente, il presidente della Camera è coinvolto nel progetto del Partito della Nazione lanciato da Casini. Un modo per non restare necessariamente ancorati al concetto di centro che, spiega l’Udc Roberto Rao, «rischia di spaventare chi sostiene il bipolarismo». Casini, insomma, punta a porsi come il leader di un soggetto nuovo, che sia appetibile non solo per i centristi tout court. E che da dopo le regionali inizi il suo progetto aggregativo. Guardando a Francesco Rutelli ma pure a Gianfranco Fini, in attesa che si modifichino gli assetti dell’attuale sistema bipolare. In attesa, per capirci, del dopo Berlusconi.