Casini al congresso per stravincere ma rischia il posto al voto di maggio

Roma - Sotto il vessillo di forza trionfante, sicura di sé e della propria linea, sola contro tutti a presidiare il centro, si nasconde in realtà un partito insicuro, logorato da una lunga marcia ancora senza sbocchi, che non può tornare indietro ed è costretto a raddoppiar la scommessa. Venerdì alla Nuova Fiera di Roma, nell’Udc a congresso sino a domenica, non ci saranno colpi di scena, né regolamento di conti e tanto meno scissioni. È vero, Carlo Giovanardi si presenta come candidato alternativo alla segreteria, e la sua mozione raccoglierà i voti dei dissidenti decisi a venire allo scoperto. Ma resteranno ugualmente minoranza - Giovanardi spera di raccogliere il 10% - e Lorenzo Cesa sarà massicciamente confermato segretario. Così come sarà confermata la linea della via solitaria - né con Prodi né con Berlusconi - perché la scommessa fatta quando erano ancora al governo è di quelle totalizzanti, come per i giocatori che puntano sul numero ritardatario e son costretti ogni volta ad alzare la posta. Ma è questo che ha fatto l’Udc: cercare un centrodestra senza Berlusconi. E poiché il Cavaliere gode ottima salute, non ha la minima intenzione di darsi al giardinaggio e va bene come leader a tutti gli altri alleati, l’alternativa a Canossa è il tiremm innanz dell’eroico Amatore Sciesa.
Ma questo è quanto persegue Pier Ferdinando Casini, padre-padrone dell’Udc che nemmeno Giovanardi è disposto ad abbandonare finché non lo veda trasmigrare con armi e bagagli nell’Unione. Paradossalmente, Casini appare arroccato su una linea che da presidente della Camera aveva affidato a Marco Follini - «la mente e il braccio» li chiamavano - che perse la segreteria per «rigidità» e «soverchia intransigenza» nel perseguire il parricidio di Berlusconi mentre la Cdl governava. Ora son tutti all’opposizione, Casini impone a Cesa la linea di Follini, il quale però è passato al centrosinistra. Nessuno al congresso rimprovererà ovviamente a Casini alcunché, sul passato prossimo e sul presente. Altrettanto fuori dalla realtà, sarebbe aspettarsi che Totò Cuffaro, governatore della Sicilia e gran collettore di voti per l’Udc, rinunci alla carica di vicesegretario e vada alla tribuna per sparare a zero sulla linea Casini-Cesa. A Cuffaro non piace ovviamente, fa il governatore sinché dura la benedizione di Berlusconi, dunque sta zitto purché Casini non irrompa sul paniere siciliano. Insomma, al congresso tuoneranno Giovanardi, Emerenzio Barbieri e pochi altri, non la gran massa degli scontenti.
Sarà un congresso tranquillo e sorridente. Vi domandate perché le tensioni e i timori non esplodano? Perché questo è un partito postdemocristiano, pronto a osannare Casini se domani Berlusconi si chiudesse in convento, ma altrettanto pronto a mangiarselo vivo se li portasse alla bancarotta. Il redde rationem è soltanto rinviato, i conti nell’Udc non si fanno alla Nuova Fiera di Roma ma sui risultati delle prossime amministrative. Potrebbe essere lì, la bancarotta di Casini e Cesa. Perché l’Udc è un partito che vive di assessori e consiglieri, «sta nel territorio» come suol dirsi. E perdere il sindaco di Verona, veder dimezzato il numero degli eletti negli enti locali, sarebbe insopportabile. Tanto da rinunciare al numero ritardatario e anche al padre-padrone.