Casini copia Di Pietro: "Silvio non c'è più"

Il leader dell’Udc getta la maschera di moderato e si iscrive al partito dell’antiberlusconismo militante: "Il dopo Cavaliere è già iniziato". L’attentato al Duomo? Colpa del premier: "È lui che sparge odio"

Roma - «Il dopo-Berlusconi è già cominciato. Ai nastri di partenza chi ha maggiore credibilità siamo noi». Pier Ferdinando Casini la campagna per le Regionali dell’Udc l’ha aperta così: archiviando il presidente del Consiglio, non sulla base di una legittima espressione popolare, ma di una personale valutazione che lo porta a proporsi come un nuovo Mao-Tse-Tung: «Facciamo una lunga marcia e dialoghiamo con il Paese».

Una metamorfosi kafkiana, un Frankenstein che nemmeno Mary Shelley avrebbe potuto inventare. Casini, ieri all’assemblea dell’Udc, sotto le mentite spoglie del tradizionale moderatismo ha abbracciato alcune tesi del dipietrismo militante.
Eccolo, il nuovo antiberlusconista dalla faccia pulita arringare il suo popolo con toni che ricordano l’ex pm. «È stato instillato veleno nella società, lo dico con fraternità a Berlusconi: non pensa che questa modalità di amplificare le tensioni non abbia finito per amplificare anche quel dissennato e vergognoso episodio?», si è domandato retoricamente attribuendo la responsabilità dell’aggressione anche a chi ne è stato la vittima.

L’impressione è quella di trovarsi dinanzi a una versione riveduta e corretta della vulgata travaglio-dipietrista. «L’odio genera altro odio: dal male può nascere la consapevolezza ma quando si costruisce sul male inevitabilmente si produce altro male», ha sottolineato snocciolando un lungo rosario anti-Carroccio: «le ronde, i medici spia, gli attacchi a Tettamanzi, i centomila fucili di Bossi».

Casini non ha nemmeno rinnegato le dichiarazioni pre-Piazza Duomo con le quali vagheggiava un nuovo Comitato di liberazione nazionale «in difesa della democrazia» nel quale intenderebbe rivestire un po’ il ruolo di Ivanoe Bonomi un po’ quello di Alcide De Gasperi. «Se Berlusconi pensa di trascinare questo Paese sulla strada dell’avventura e delle elezioni anticipate in un attacco dissennato al presidente della Repubblica, alla Consulta, avrà le risposte che si merita».

A questo punto non sorprende nemmeno che le attestazioni di stima e solidarietà siano giunte da quei meandri della politica che Casini nelle sue vite precedenti (Dc e Ccd) mai si sarebbe sognato di battere. Il comunista Diliberto ha risposto all’appello affinché «tutte le forze democratiche creino un fronte comune a difesa della Costituzione». Non poteva mancare l’imprimatur del moralizzatore per eccellenza: «Sono contento che Casini condivida la mia analisi», ha detto Di Pietro. Come se non ci fosse un fil rouge che unisce le invettive contro un governo «fascista, piduista e mafioso» e la violenza di un esagitato.

Per Di Pietro, infatti, è così. Da ieri lo stesso vale pure per Casini. Che si è concesso un’altra «licenza poetica» lanciando l’ennesimo ultimatum al Cavaliere: «Basta con la caccia alle streghe, ai colpevoli. Ciascuno tolga le ali ai propri falchi, ce ne sono tanti in giro, non c’è solo l’odio militante di Di Pietro ma quello di tanti squadristi giornalistici». Un riferimento al Giornale, che il suo collega Buttiglione aveva già definito un covo di «iene dattilografe».

Verrebbe da domandarsi quale sia il vero Casini, visto che ieri il leader cattolico ha fornito di sé altre due versioni. Come quella del politico che alza prezzo di un’eventuale alleanza alle Regionali, pronto a nuove convergenze parallele. «Andremo da soli dove ci pare e in compagnia dove riteniamo ci siano condizioni politiche», ha affermato denunciando che ovviamente «non svendiamo il Nord alla Lega». A volte è sembrato l’imitazione di se stesso utilizzando gli stessi doppi sensi con i quali lo dipinge Neri Marcoré. «Non siamo esperti di ammucchiate», ma «ogni tanto in politica gli attributi vanno mostrati».

La terza versione è quella riformista. «Ha ragione D’Alema, a volte bisogna andare a qualche compromesso», ha argomentato chiedendo contestualmente la rinuncia al «processo breve». Di Casini/1, Casini/2 e Casini/3 il coordinatore Pdl La Russa sembra non aver nostalgia: «Quando era al governo creava una tensione al giorno». Il 5-6% dell’Udc si spiega anche così.