Casini costretto a cercare alleati ora rischia di perdere il simbolo

Il leader Udc sempre più isolato bussa alla Rosa bianca che lo avverte: "Non faremo pasticci". E ora confessa: l’addio al Pdl? Non potevo accontentarmi di un ministero e 50 parlamentari

Roma - Che abbia ragione la sapienza antica, davvero gli dei accecano coloro che han dannato? Pier Ferdinando Casini ad esempio, del quale va detto che ha fatto tutto da solo, è artefice unico del sua disgrazia - o fortuna, se preferite - dagli ultimi mesi di governo del centrodestra e ancora al precipitar degli eventi, dal predellino di San Babila sino al gran rifiuto ribadito ieri. A volergli bene, c’è da augurargli un destino napoleonico, «tre volte nella polvere, tre volte sull’altar»: ancora un’altra chance insomma. Intanto però, sta a un centimetro dalla polvere più rovinosa. Aveva davanti a sé un orizzonte sin troppo sconfinato e ricco di possibilità, ora tutto svanisce. Pier, con la mano aperta al cielo come un bambino al quale sfugge il palloncino. Ha detto niet al listone di Silvio Berlusconi per una questione di principio, dice, doveva difendere l’originalità del simbolo Udc, ricordate? Ha perso pezzi di partito su ogni lato, per questo. Ora rischia di perderne altri, con la beffa di ritrovarsi privo anche del simbolo.

Lo conoscete, il simbolo dell’Udc. La parte superiore del cerchietto è occupata da un gran CASINI, sotto c’è lo Scudo crociato con tanto di classica libertas. Bene, il 27 febbraio è attesa la sentenza d’appello sulla paternità dello scudo democristiano, che Giuseppe Pizza rivendica in uso esclusivo per la sua risorta Dc. Se il tribunale di Roma gli dà ragione, l’Udc dovrà censurare il simbolo, nel cerchietto resterà soltanto CASINI. Sostituire lo Scudo con la vecchia Vela? Anche così, se infine i centristi solitari riusciranno a mettersi insieme - scelta obbligata, per non morir tutti annegati - c’è poco spazio per il simbolo dell’Udc. Credete che gli altri concedano a Casini quel che lui ha rifiutato a Berlusconi? Occorrerà un simbolo nuovo che accontenti tutti, per evitare il simbolo-trenino: un cerchietto con dentro il cerchiettino di Casini, quello di Mario Baccini e Bruno Tabacci, poi il cerchiettino di Clemente Mastella, e avanti a riempire con la microdiaspora democristiana.

Al centro volano gli stracci, e Casini fa il dominus facendoli volare più in alto. Mastella gli tende la mano, «qui si rischia di restare in mezzo alla strada», e lui risponde che «abbiamo storie diverse, non facciamo compromessi con nessuno: chi si vuole aggregare è benvenuto ma non apro una stagione di contrattazione». Avete letto bene, «aggregarsi» all’Udc. Talché Baccini mette le mani avanti e avverte che anche la Rosa Bianca «non è disposta a pasticci». Con Casini, ovviamente. Il quale rischia di perdere pure Totò Cuffaro e con lui l’ultimo serbatoio di voti rimasto, quello siciliano. Se oggi Raffaele Lombardo avrà il placet di Berlusconi per fare il governatore, e aggregare il Mpa al Pdl come il Carroccio, è improbabile che Cuffaro si sacrifichi per restare fedele a Casini.

Tutto questo per un simbolo? Ma no, c’è sostanza oltre all’orgoglio. Lo stesso Casini ieri in tv ha rivelato quanto gli era stato offerto per dir di sì al listone: «Avrei dovuto sedermi al tavolo, accontentandomi di 50 parlamentari e di un posto da ministro». Troppo poco, per chi ne contava 58 nelle vacche magre dell’opposizione. Gli errori di Pier? «Quando Berlusconi ha lanciato la sfida del predellino a San Babila, invece di schierarsi con lui ha dato solidarietà a Fini, che era più in disgrazia agli occhi del Cavaliere dopo quell’intervista al Corriere. E Fini è stato più svelto di Casini, lo ha mollato», lamenta un esponente dell’Udc anch’egli ormai pronto a mollarlo. «Quando Marini tentava di dar vita a un governo a tempo per la riforma elettorale, doveva dirgli di sì. Nel pantano ora ci sarebbero Berlusconi e Fini, non lui», rimprovera un altro già con Baccini. «Perché menarla tanto con Montezemolo salvatore della patria? Solo un gonzo poteva credere ad un’ipotesi del genere, e Casini sapeva che agitare il nome di Montezemolo serve solo a fare infuriare Berlusconi, che si reputa l’unico e vero imprenditore che può salvare la politica», sospira un altro ancora, andatosene con Carlo Giovanardi. E andando a ritroso, chi pungolava Marco Follini a intralciare il passo dell’ex premier? La Nemesi non perdona, adesso Follini e Berlusconi hanno recuperato un buon rapporto personale, si sentono spesso, e Follini gli ha assicurato: «Guarda che non ero io a decidere, Casini mi ordinava». Sino alla goccia finale, quando mamma Rosa s’era appena spenta e a Berlusconi hanno fatto leggere le dichiarazioni di Casini e Cesa che precisavano la «differenza tra leadership e premiership», insomma non lo volevano ancora candidato premier. «Questi, lo giuro, li faccio fuori», sentenziò il leader.