Casini e le tentazioni di ribaltone

Arturo Gismondi

Pierferdinando Casini, che quanto ad attivismo dà l’impressione di poter competere con Marco Pannella e Daniele Capezzone, ha messo in campo, sul tema allargamento della maggioranza e variazioni diverse, un’ipotesi fin qui, almeno nella Casa delle Libertà, inedita, ed è riuscito ad animare il quadro politico. Tanto più che le ferie, che saranno brevi, coincidono con un travaglio politico che in verità travaglia ambedue gli schieramenti e i partiti che li compongono. Con le dichiarazioni al «Corriere» di qualche giorno fa Casini ha sfatato un’ipotesi fin qui consolidata. Parlando delle future vicende politiche ha confermato la tesi della necessità di nuovi e meno precari equilibri politici, aggiungendo però, e questa è la novità, e non da poco, che «non possono esistere in proposito preclusioni negative» nei confronti di Prodi.
Si tratta di una novità assoluta perché l’attuale coalizione è apparsa fin dall’inizio basata su un’alleanza fra l’area riformista del centro-sinistra e la sinistra radicale, garantita proprio dalla candidatura di Prodi a Palazzo Chigi. E fin dall’inizio si è parlato di un asse Prodi-Bertinotti, che dette avvio al neologismo Prodinotti, confermato alla vigilia della costituzione del governo dalla scelta, ai danni di D'Alema niente di meno, in favore del leader di Rifondazione per la presidenza di Montecitorio. Per questo la mossa di Casini ha suscitato sorpresa, reazioni negative ma anche qualche clamore. Le ipotesi che si avanzano sull’«azzardo» del leader centrista sono due: una più limitata, si riferisce ai rapporti interni alla Casa delle Libertà: dopo le ultime battute parlamentari e politiche nelle quali Berlusconi e Fini avevano operato delle aperture, mostrando una certa unità d'indirizzi, Casini avrebbe voluto soltanto operare una mossa in più, come quella di coinvolgere nel giuoco aperto da tempo lo stesso Presidente del Consiglio. E ciò, in coerenza con la sua azione politica volta, fra l’altro, a collocarsi un passo avanti nei confronti di Fini e Berlusconi.
C'è però una seconda ipotesi che si basa sulle note difficoltà incontrate da questi primi mesi di governo, che in effetti hanno portato a un raffreddamento nei suoi confronti di forze, in campo economico, soprattutto, ma anche in settori estesi delle «opinioni che contano», informazione, burocrazie particolarmente autorevoli che si sono andate convincendo della impossibilità, per un governo nel quale esistono spinte così divergenti nei confronti di una politica di riforme e di sviluppo dei quali l’Italia ha così evidente bisogno. La realtà è tale che certe pressioni agiscono anche su una parte del centro-sinistra. Anche se fin qui è la cautela a prevalere, si sa che nella Margherita, e persino in settori dei Ds, la mossa di Casini è stata accolta con interesse nel senso che allargherebbe il fronte di chi si attende, o prepara, sommovimenti politici. Si tratta sempre di vedere, come è in questi casi, se tanto interesse tende a mettere con le spalle al muro l’eteroclita compagnia di Rifondazione, Verdi e Diliberto, per lasciare poi le cose come stanno. Oppure se il malcontento, e le preoccupazioni, possono spingersi più in là.
Romano Prodi non può che fare, in questo caso, il viso dell’armi. Non sono mancati però in passato da qualche osservatore e da qualche membro da parte di qualche osservatore accenni chiari nel senso che se il giuoco si fa pesante, il premier - a differenza del 1998 - non intende essere tagliato fuori. Fin qui, il Presidente del Consiglio si è limitato all’ironia, basta coi «tormentoni estivi». Non serviva di più, in effetti.
Le reazioni sono state tante, altre ne seguiranno a meno che il menu politico non ci serva piatti ancora più forti. Negative, va da sé, le reazioni della sinistra estrema, del resto le più prevedibili. E non sono mancate quelle negative, e in più scettiche, del centro-destra. In Forza Italia, come in An, l’eccessiva disponibilità e le aperture dell’Udc suscitano sospetti, a volte spiegabili. In genere passi tanto azzardati non fanno altro, in queste condizioni, che rendere più difficile il cambiamento, favorendo magari qualche episodio di trasformismo. La tesi confermata da Forza Italia è che solo una formula di governo istituzionale o tecnica, che si proponga di affrontare i problemi più urgenti per avviare, nel giro di due anni a nuove elezioni, può interrompere l’impasse creatasi col voto a metà di aprile. In ogni caso, niente di buono può venire, questa è opinione diffusa, da una conferma di Prodi.
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