Casini fa un passo verso il voto e prepara i manifesti dell’Udc

Colloquio con Napolitano: "No ai trasformismi, se non c’è un governo di pacificazione meglio le elezioni". Riunioni sulla strategia di marketing: indipendenza, ma restando fedeli alla Cdl

Gerusalemme - È una giornata intensa ed emotivamente coinvolgente, quella di Pier Ferdinando Casini. Un piccolo tour de force che si sviluppa attraverso due appuntamenti istituzionali in due Paesi diversi. Se di prima mattina il leader dell'Udc sale sul Colle per illustrare a Giorgio Napolitano una posizione che, alla luce del posizionamento politico del suo partito, è fondamentale per intravedere il percorso di uscita dalla crisi, nel primo pomeriggio arriva a Gerusalemme dove, come presidente dell'Unione Parlamentare, è chiamato a intervenire alla seduta del Parlamento israeliano dedicata alla giornata della memoria.

L’evento è di quelli pesanti. Il leader dell’Udc, accolto dall’inno italiano suonato fuori dall’aula della Knesset davanti agli affreschi di Chagall, si rivolge al parterre dei roi della politica israeliana, da Olmert a Barak, dalla Livni a Netanyahu ma anche e soprattutto ai sopravvissuti della Shoah, eccezioni miracolose nella perfetta macchina di sterminio messa in piedi dal nazismo.
E davanti a loro Casini cita il monito di Primo Levi: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Ricorda le parole del presidente Weizmann nella prima riunione della Knesset: «Abbiamo il privilegio di vedere la redenzione dopo generazioni di sofferenza e miseria». Ricorda gli eroi italiani che a rischio della loro vita diedero protezione alle famiglie ebree e «da cattolico» chiude ricordando l’errore dell'Europa, colpevole di non aver citato «le comuni radici giudaico-cristiane» nella bozza della sua Costituzione.

L'applauso è convinto così come il ringraziamento di Silvan Shalom. «Casini è un amico. E la sua presenza va apprezzata ancor di più visto che è venuto nel mezzo di una crisi politica nel suo Paese».
Il leader dell'Udc, naturalmente, non smette mai di tenersi in contatto con l'Italia. E in mattinata al capo dello Stato ribadisce la sua posizione. «Serve un governo di pacificazione nazionale. Ma noi non siamo disponibili a pasticci, confusioni e trasformismi. Se l'alternativa è questa allora è meglio andare al voto».

La soluzione ideale, per lui, resta quella di un governo con al suo interno «i più responsabili della destra e della sinistra». Ma nessuno, dentro l'Udc, è disposto a mettere in dubbio l'alleanza con il centrodestra perché gli «interlocutori naturali restano Fini e Berlusconi». E come ripete ai suoi, «possiamo insistere per le elezioni ma fino a un attimo prima del suicidio politico».

Di certo l'Udc vorrebbe almeno ottenere la reintroduzione delle preferenze e c'è chi fa notare che basterebbero due settimane con una lettura singola nelle due Camere per raggiungere questo obiettivo.

Quel che è certo è che, al di là delle posizioni di principio, nel partito ci si muove con i piedi profondamente piantati nel terreno del realismo politico. Tant'è che la macchina della propaganda si sta già mettendo in moto con i dirigenti centristi che sabato scorso hanno incontrato i pubblicitari per iniziare a pianificare la campagna elettorale.

Il tam tam interno su slogan e programmi risuona già con forza. L'intenzione è quella di posizionare il marchio in maniera autonoma ma non conflittuale. «Da sondaggi interni», spiegano nel partito, «il nostro elettorato ci vuole nel centrodestra in una linea di indipendenza, rivendicata non in antitesi ma in sintesi».

Il principio sarà quello di un'alleanza tra pari e di un accordo su poche cose da fare, con una tempistica predefinita. Ferma restando la volontà di aprire il nuovo governo a personalità di centrosinistra. Un gesto di buona volontà che aiuti a chiamare il «time out» e a stipulare una tregua tra i due schieramenti.