Casini gela l’Unione: «Maggioranze variabili? Solo una barzelletta»

Schifani: «Il nostro sì non sia alibi per un governo nato debole e ormai delegittimato nei consensi»

Roma - Ultima speranza per il governo dell’Unione? No, grazie. La Casa delle libertà non intende interpretare il ruolo di Cincinnato in soccorso della traballante res publica prodiana. Il voto favorevole del centrodestra al decreto di rifinanziamento della missione in Afghanistan non è quindi da intendersi come un’apertura al dialogo, ma solo come un’ulteriore denuncia delle contraddizioni di un esecutivo che rischia di rimanere ostaggio del pacifismo massimalista.
«Se il bipolarismo a cui sono affezionati in tanti - ha detto il leader Udc, Pier Ferdinando Casini nel suo intervento in Aula - produce barzellette come la maggioranza variabile, io credo che non possiamo lamentarci se la gente è sempre più lontana dalla politica».
L’ex presidente della Camera ha rifiutato in questo modo le avances del ministro dell’Interno, Giuliano Amato, e del suo successore Fausto Bertinotti che miravano all’allargamento del consenso parlamentare dell’esecutivo su temi specifici. Ricordando di aver proposto durante la crisi un governo di larghe intese. «Chi ha respinto la nostra idea - ha concluso - oggi si deve assumere la responsabilità di portare a un’autosufficienza parlamentare la maggioranza».
Analogo il ragionamento del presidente di An, Gianfranco Fini. «Se in Senato non dovessero esserci tutti i 158 voti necessari, naturalmente senza contare i senatori a vita, saremmo in presenza di un fatto politico evidente e il presidente del Consiglio dovrebbe trarne le conseguenze». Il voto favorevole della Cdl al rifinanziamento, infatti, è un obbligo dettato dal «dovere che abbiamo sottoscritto di mantenere l’impegno e di garantire la possibilità di un avvenire di libertà a quel popolo» perché «nessuno al mondo capirebbe un comportamento diverso». Si tratta da un lato di una questione di coerenza e dall’altro della necessità di evitare al Paese una figuraccia internazionale.
«Oggi la nostra condivisione della missione - ha spiegato il capogruppo di Fi a Palazzo Madama, Renato Schifani - non può costituire l’alibi per la sopravvivenza di questo governo, nato debole e ampiamente delegittimato nei consensi». Niente soccorso azzurro per Prodi e nessun arretramento rispetto alla linea di opposizione sinora seguita. «La verità è che tra qualche giorno si riproporrà in Senato quanto è accaduto il 21 febbraio sulla relazione di D’Alema: il governo andrà in crisi».
Le argomentazioni del presidente dei senatori leghisti, Roberto Castelli, invece, sono articolate per viam negationis. «In Afghanistan - ha sostenuto - non è una scampagnata. Sicuramente non farò votare un provvedimento che dice che l’esercito sta lì senza far nulla e con i civili in balia del primo talebano che passa». Il sequestro dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo è «la dimostrazione che i nostri civili, a seguito dell’innalzamento dell’offensiva dei talebani, rischiano moltissimo». Le invenzioni dialettiche sulla natura pacifica dell’impegno italiano per convincere la sinistra radicale non hanno per Castelli ragion d’essere.
Ancora più duri i toni utilizzati nel dibattito alla Camera. «Cosa fa il governo Prodi, che parla tanto di attivazione e diplomazia? Va a trovare i terroristi! Noi non siamo disponibili a realizzare maggioranze variabili che tendano a sostenere un governo che non ha più maggioranza», ha tuonato il vicepresidente della commissione Difesa, Salvatore Cicu di Forza Italia.