Casini iperattivo anche per frenare la «formica» Follini

Francesco Damato

È stato sin troppo facile prevedere che a quello esploso nella settimana scorsa sul termine “illusionismo” sarebbero seguiti altri incidenti, o equivoci, fra i presidenti della Camera e del Consiglio nella campagna elettorale cominciata ben prima dell’esaurimento formale della legislatura. La competizione che gli alleati del centrodestra hanno un po’ imprudentemente lasciato aperta sulla strada di Palazzo Chigi scartando lo strumento delle primarie, ed evocando immagini marine o da stadio, dal tridente agli attacchi a tre punte, ha acceso un altro fuoco, o focherello, poco utile alla causa della maggioranza. Che dovrebbe essere, credo, quella di recuperare il terreno perduto nelle elezioni amministrative ed europee svoltesi negli ultimi tre anni per tornare a vincere le politiche.
Pier Ferdinando Casini, non ritenendo forse sufficiente la logica calcistica reclamata da Gianfranco Fini, secondo il quale avrà diritto a guidare il governo chi farà più goal, cioè chi raccoglierà più voti con le liste del proprio partito, ha proposto il criterio del «maggiore incremento percentuale». Che in teoria potrebbe sbarrare la strada di Palazzo Chigi anche a lui, se un partito ancora più piccolo del suo, avvantaggiato proprio dalla base di partenza, con una modesta quantità di voti in più riuscisse a raddoppiare la propria consistenza.
Persino l’editorialista del Corriere della Sera Paolo Franchi, spesosi più volte negli ultimi tempi per incoraggiare il partito di Casini a tenere testa a Silvio Berlusconi, ha trovato «un po’ curiosa» la tesi del maggiore incremento percentuale. Ricordatogli il ruolo svolto per togliere la segreteria dell’Udc a Marco Follini, che si era avventurato troppo contro Berlusconi, l’articolista si è chiesto «che cosa abbia indotto il presidente della Camera, a rottura consumata, a fare proprie, almeno all’apparenza, e comunque a modo suo, gran parte delle posizioni folliniane». Ed ha più o meno chiaramente avanzato il timore che Casini coltivi il sogno post elettorale di «un nuovo centro, magari denominato unità nazionale».
Ma quella dell’unità nazionale, o «grande coalizione», come è stata chiamata l’alleanza di governo appena stretta in Germania tra i due partiti che si erano contrapposti elettoralmente, è una prospettiva che proprio Casini di recente ha accusato Follini di avere fatto male a prospettare anche per noi. Essa, a suo avviso, tradirebbe troppa rassegnazione alla sconfitta del centrodestra, o addirittura troppa voglia di sconfitta. Gli do perfettamente ragione.
Sospetto che certa agitazione comiziale e televisiva di Casini nasca non dal desiderio di adottare la linea di Follini, ma dal tentativo di contenerne l’azione. L’ex segretario dell’Udc, felice ogni volta che il presidente della Camera spinge l’acceleratore contro Berlusconi, lo bacchetta e deride quando ricorre a smentite e precisazioni per spingere il pedale del freno. Follini vuole forse imitare un suo, e mio, vecchio idolo: Aldo Moro. Il quale nel 1968, accantonato malamente dai dorotei, li rincorse a sinistra sino a sfiancarli e a detronizzarli. Ma rispetto a Moro e alla Dc Follini e l’Udc sono soltanto formiche. Che lo stesso Follini d’altronde ha adottato come nome per la sua corrente, dimenticando che esse sono sì simbolo di alacrità e previdenza, ma anche di «quantità minima o lentezza eccessiva», come avverte il dizionario della lingua italiana di Devoto e Oli. Penso che Casini ne sia realisticamente consapevole.