Casini non vuol sapere la verità: "Squadrismo contro Gianfranco"

Prove tecniche di terzo polo. Fini ostenta sicurezza: "Ben vengano le indagini su quello che riguarda il patrimonio". E Casini lo difende

Roma - Prove tecniche di terzo polo o no, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini corre in aiuto a Gianfranco Fini, sempre più inguaiato per la questione della casa di Montecarlo. Su quell’appartamento, finito dopo uno strano di giro di società off-shore nella disponibilità del signor Tulliani, fratello della compagna del presidente della Camera, Fini continua a tacere. Il leader di Futuro e libertà per l’Italia, sempre più imbarazzato, resta in silenzio sui tanti misteri che avvolgono l’affaire monegasco, incassando però una sorta di difesa d’ufficio dell’avvocato Pier Ferdinando Casini. Il leader Udc, invece di pretendere chiarezza dall’ex leader di An, ne avalla i silenzi e, già che c’è, attacca l’inchiesta del Giornale. «Non mi piace lo squadrismo intimidatorio che sta emergendo attorno al presidente della Camera». Insomma, per Casini chiedere conto su una vicenda oscura e torbide degli ultimi anni non è giornalismo ma addirittura «squadrismo». Evidentemente il ragionamento politico e l’opportunismo tattico di nuovi scenari ancora una volta superano il lineare concetto per cui su una storia piena di buchi neri occorre far piena luce.

Dipende. Dipende dalla convenienza e dal momento. Il ragionamento di Casini: «Un conto è la questione morale e la necessità di approfondire, ma che tutto questo venga agitato come parte della contesa politica tra Berlusconi e Fini è una cosa degradante». E ancora: «Se io sono un bandito - dice il leader Udc - lo sono sia che mi allei con Berlusconi, con Fini o con Vendola. Se invece divento un delinquente se faccio una scelta, e un santo se ne faccio un’altra, allora questo sì che è doppiopesismo e non fa onore a chi lo alimenta».

Tutto un calcolo politico, ridotto allo schema pro o contro Berlusconi. Casini non vuole sapere come mai un appartamento di inestimabile valore sia stato rivenduto da An a un decimo del suo valore; né perché il partito di Fini ha rifiutato l’offerta di 1,5 milioni di euro; né le strane triangolazioni con società off-shore; né come mai il fratello dell’attuale compagna di Fini abiti proprio lì; né il prezzo dell’affitto. Su tutti i folti misteri che avvolgono il pasticciaccio monegasco, Casini non vuole sapere nulla. A differenza della procura di Roma che ha appena aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di appropriazione indebita e truffa aggravata. Chiarezza assoluta richiesta anche dall’ex colonnello aennino Maurizio Gasparri, capogruppo pidiellino al Senato, secondo cui «chiunque deve dare spiegazioni, su qualunque cosa perché siamo persone pubbliche».
Stesso concetto espresso dall’onorevole Fabio Rampelli, colonna romana del Msi prima e di An poi secondo cui «al di là degli eventuali rilievi penali della vicenda Montecarlo, il presidente Fini, in qualità di ex presidente di An ha il dovere morale di spiegare agli iscritti e agli elettori del suo partito la coincidenza che vede nell’appartamento lasciato in eredità per un estremo atto di fiducia della signora Colleoni, suo cognato».

Ben più cauto il finiano moderato Giuseppe Consolo: «Conosco Fini da una vita e sono sicuro che riuscirà a spiegare tutto e a dimostrare la correttezza dei suoi comportamenti». Anche i silenzi? «Bene ha fatto a dichiarare di avere piena fiducia nella magistratura. Spiegherà ai giudici i lati ancora oscuri della vicenda».