Casini: «Il nostro avversario si chiama Prodi, non Berlusconi»

«L’arma per batterlo non può essere però la demagogia leghista, con quella perdiamo»

Roma - «Orgogliosi» del voto sull’Afghanistan, «impegnati» nella costruzione di «un centro alternativo alla sinistra», decisi ad andare fino in fondo perché, «quando il centrodestra è serio e moderato e ha il senso dello Stato, allora tanti italiani capiscono che quella è la loro strada». Dopo lo strappo, Pier Ferdinando Casini insiste: siamo noi, e non Berlusconi, quelli che «possono andare a recuperare gli indecisi». Siamo noi, non i leghisti, che hanno solo «ricompattato» il centrosinistra.
Nessuna retromarcia, perché «la via è quella giusta». Nessuna autocritica, perché non c’è nulla di cui chiedere scusa: «Il nostro avversario si chiama Romano Prodi e non Silvio Berlusconi. Lo dimostra il nostro atteggiamento sulle liberalizzazioni quando abbiamo fatto il nostro dovere votando contro». Nessuna voglia di fare il salto della quaglia: «Il centro che noi vogliamo deve essere alternativo alla sinistra perché in condominio con l’Unione non ci può essere un centro autonomo ma subalterno». Ma nessuno sconto agli altri della Cdl, a cominciare dal Carroccio: «I toni leghisti, populisti e demagogici, che hanno portato il centrodestra a votare contro il decreto sulle missioni in Afghanistan, favoriscono evidentemente Prodi. Sono la sua assicurazione sulla vita». Aggiunge Mario Baccini: «Le accuse contro l’Udc sono ridicole. Consiglio a Maroni di evitare di parlare di ribaltoni, visto che l’unico nel centrodestra l’hanno fatto proprio loro».
Il Professore, sostiene Casini, si combatte in un altro modo. «Opporsi a Prodi è doveroso e noi lo facciamo tutti i giorni, ma le armi non possono essere quelle del populismo, altrimenti siamo condannati a perdere». In vista delle amministrative però ci sono degli accordi di coalizione da rispettare. Il leader dei centristi infatti è a Lucca per una manifestazione elettorale a favore del candidato della Cdl Mauro Favilla. «Oggi - spiega - lavoriamo in periferia per costruire un’alternativa alla sinistra. Chiedo a Berlusconi e a Fini di venire al più presto a Lucca perché questa è la maniera per superare al più presto le divisioni».
Il problema è a Roma. «Nel centrosinistra ci sono tanti moderati delusi da Prodi e da una coalizione egemonizzata dalla sinistra radicale. Il centrodestra non deve polemizzare al suo interno, ma capire che se questi voti non li andiamo a prendere noi non possiamo pretendere che Berlusconi vada a prendere i voti di chi, nel nome dell'antiberlusconismo, ha votato a sinistra. È questa - secondo Casini - la chiave di lettura della politica italiana».
Un’altra chiave è la riforma elettorale. Anche qui, il Cavaliere e l’ex presidente della Camera la pensano diversamente. Casini vuole «restaurare la possibilità di scelta della gente». «L’altro giorno Berlusconi ha mandato un bigliettino a Fassino e ha scritto “no preferenze”. Non mi sta bene, io sono per dare la parola ai cittadini». L’alternanza invece «mi sta bene, però il bipolarismo italiano «che ha creato 22 partiti, è una truffa agli elettori e finisce per essere funzionale a due o tre parlamentari, si chiamino Turigliatto o Rossi, che tengono da un anno la politica in ostaggio» Per questo, prosegue, «mi batto per un sistema alla tedesca».
Conclude parlando della Cei. «Negare ai vescovi il diritto alla parola significherebbe tornare alle catacombe. Noi abbiamo il diritto di non ascoltarli, loro il dovere di parlare. La laicità del nostro Stato si basa sulla libertà».