Casini ora pretende la «discontinuità», Berlusconi chiarezza

Il presidente della Camera: cambio di marcia per fare il partito unico. Il premier: «Decido io se passare la mano, non chi ha dietro il 4%»

Anna Astrella

da Roma

Discontinuità. È questa la parola d’ordine su cui insiste Pier Ferdinando Casini. Il presidente della Camera torna alla carica per ribadire la necessità di tracciare un segno di demarcazione con il passato. E in un’intervista al settimanale Panorama, senza mezzi termini, dichiara: «In assenza di un atto di discontinuità rispetto al passato si perde. Non possiamo presentarci alle elezioni esibendo solo un bilancio delle cose fatte».
Questa, insomma, la posizione di Casini che fa riferimento anche all’altra linea della Cdl, quella maggioritaria dell’asse Berlusconi-Fini, «secondo la quale - chiarisce il presidente - va tutto bene: per vincere basta litigare un po’ meno tra noi». Per dare agli elettori un segnale di discontinuità, secondo la terza carica dello Stato, la mossa indispensabile è accelerare sul partito unico puntando contemporaneamente a ridimensionare il rapporto con il Carroccio. «Non possiamo più proseguire in ordine sparso - insiste il leader dell’Udc -. Marciare verso il partito unico significa prendere atto che lo schema va cambiato». Casini suggerisce una nuova intesa tra Forza Italia, An, e Udc intorno ad un programma da moderna destra europea agganciata al Ppe, per creare poi un’«alleanza tecnica», e non più un accordo politico, con la Lega. A preoccupare il presidente della Camera è l’alto grado di litigiosità all’interno della coalizione: «Abbiamo un problema con cui fare i conti - spiega - il protagonismo dei singoli partiti del centrodestra non si traduce in una linea politica comune. Chiediamo minore litigiosità ma poi tutti, a cominciare da Forza Italia, difendiamo solo il nostro cadreghino». Rassicurazioni, invece, arrivano da Casini riguardo alla leadership di Berlusconi che non è in discussione: «Sarà ancora lui a guidarci», assicura il presidente. Casini si lancia poi in un’analisi sui limiti della destra italiana incapace, a suo dire, di «diventare una forza omologata alla destra europea»; e, infine, esterna i suoi timori circa un’eventuale sconfitta elettorale delineando uno scenario in cui i militanti della Cdl abbandonerebbero la nave in difficoltà invece di organizzare un’efficace opposizione. «Ho paura - conclude Casini - che il giorno dopo una nostra eventuale sconfitta, ci sia un fuggi fuggi generale invece di riprendere subito la battaglia. Nell’interesse del Paese e della stessa futura coalizione di governo, ci sarà bisogno di un’opposizione forte, agguerrita e non di comodo».
L’analisi del presidente della Camera ha sollevato qualche polemica e le immancabili prese di posizione. Berlusconi tace ma la sferzata bis di Casini ha irritato non poco il premier che, secondo ambienti vicini a villa “La Certosa”, avrebbe invitato i suoi a tenere i toni bassi, categorico, però, sul fatto che la decisione di passare la mano spetti solo a lui e non a chi ha un partito del 4%. Così Bonaiuti getta acqua sul fuoco e sottolinea come «il valore principale resta l’unità di tutti i partiti della coalizione».
Condivide, invece, l’idea di Casini sulla necessità di un atto di discontinuità Gianni Alemanno che auspica un dibattito sul tema dopo la pausa estiva. Di diverso avviso il compagno di partito Maurizio Gasparri, che mette in guardia gli alleati dal rischio di «disorientare gli elettori», e Ignazio La Russa che ribatte: «Non tutte le discontinuità sono positive». Ha qualche dubbio che il partito unico possa essere il segnale di discontinuità, invece, Roberto Calderoli. Il ministro leghista replica anche alla proposta di un’alleanza tecnica con il suo partito e dice no a questo tipo di accordi «finalizzati alla gestione del potere» sottolineando la disponibilità del Carroccio a realizzare, invece, «accordi politici» per la costruzione di «obiettivi concreti nell’interesse del popolo».
In questa querelle sul segno di discontinuità si inserisce anche il vice coordinatore azzurro, Fabrizio Cicchitto, secondo il quale il «vero segno di discontinuità sarebbe recuperare l’unità politica di tutti gli alleati».