Casini rivendica la diversità Udc: «Non si cresce imitando gli alleati»

da Roma

Salire al Quirinale per chiedere al presidente della Repubblica elezioni anticipate non soltanto è inutile. Di più: è controproducente. E rischia di trasformarsi in un boomerang, dando nuova forza a Romano Prodi.
Pier Ferdinando Casini, leader carismatico dell’Udc, sale sul palco del Consiglio nazionale del suo partito, convocato non a caso il giorno prima dell’affondo che il resto della Cdl si appresta a portare contro il governo. E lancia un messaggio preciso a quanti vorrebbero valutare l’ipotesi di andare al Colle insieme a Forza Italia, An e Lega: «Anche nel nostro partito c’è chi vorrebbe andare al Quirinale. Ci rendiamo conto di cosa significa? Che cosa ci andiamo a fare?», si chiede il leader dell’Udc. «Fini - aggiunge - dice che non andrà a chiedere le elezioni, Berlusconi e Bossi invece le vanno a chiedere e sappiamo che questa iniziativa ha solo un effetto propagandistico».
L’ex presidente della Camera, insomma, difende la sua scelta. E fa capire che non ci sarà alcun cambio di rotta. Parla «di una kermesse politicamente legittima» il cui effetto immediato sarà quello «di rafforzare la tenuta del governo Prodi e regalargli ossigeno». E indica un altro percorso: «Invece di cementare questa maggioranza noi dobbiamo rafforzare le loro divisioni e non coaugularli tutti contro la prospettiva delle elezioni anticipate. Non si può pretendere l’eutanasia».
Casini scandisce slogan precisi per rivendicare la diversità centrista. «Noi dobbiamo essere fermi come l’acciaio, inscalfibili. Noi siamo fondamentali per i moderati. Non possiamo seguire Lega e Forza Italia. Noi potremmo anche occupare Montecitorio ma non otterremmo neppure un voto in più». Ce n’è anche per i rapporti con Forza Italia. «Non dobbiamo essere noi più forzaitalioti di Forza Italia e ritenerci più fragili di quanto ci reputino gli stessi nostri avversari. Senza l’Udc non si va da nessuna parte. Con gli alleati bisogna parlare ma certo non abbiamo bisogno di interpreti visto che, se voglio parlare con Berlusconi, ci metto cinque minuti».
Il leader Udc dedica poche parole a Marco Follini. «La sua adesione al Partito democratico è un fatto imbarazzante ma non è che possiamo essere chiamati in correità perché uno ha preso un drizzone incredibile». E parla anche di Savino Pezzotta, definendolo «una grande risorsa per i moderati». Poi si sofferma sul deludente risultato colto alle amministrative. «C’è un problema di organizzazione. Non è possibile che in un capoluogo di provincia abbiamo quindici persone che non hanno avuto neanche un voto, non è possibile che candidati che hanno fatto mille tessere per i congressi prendano solo trecento preferenze».
Infine un messaggio alla minoranza interna: «Patti chiari e amicizia lunga. Se esistono condizioni dirimenti di dissenso è inutile chiedere una gestione unitaria. Se invece questi elementi di dissenso non sono tali da ostacolare la nostra linea è giusto lavorare per una gestione unitaria, con maggiore complicità». Lorenzo Cesa, a sua volta, prende un impegno sulla collocazione del partito. «Non tradiremo mai i nostri elettori, ma rivendico la capacità dell’Udc di condurre la sua opposizione». Alla fine il Consiglio nazionale approva la relazione del segretario. Viene bocciata, invece, la mozione presentata da Carlo Giovanardi con la quale si chiedeva di impegnare il partito a «non consentire in alcuna amministrazione locale o regionale alleanze fuori dal centrodestra, a ricollocarsi chiaramente in questa area, rilanciando la sfida dentro l’alleanza; a concordare con gli alleati i tempi e i modi di un rinnovato dialogo».
Una richiesta di riallineamento alla Cdl rispedita al mittente dal Consiglio nazionale. Con una inevitabile coda di polemiche tra i fautori di due linee che appaiono sempre più in collisione frontale.