Casini: senza le punture dell’Udc il centrosinistra avrebbe già vinto

Massimiliano Scafi

da Roma

Comatoso, addormentato, immobile, «rassegnato alla sconfitta», sei mesi fa il centrodestra «aveva l’encefalogramma piatto». Era steso, ko, morto. Per rianimarlo, dice Pier Ferdinando Casini, c’è voluto l’elettrochoc che gli ha praticato l’Udc. «Abbiamo spronato una Cdl che sonnecchiava e che si avviava al declino. Quest’estate molti, anche nel partito, non hanno capito il senso delle mie iniziative, la discontinuità che chiedevo. Ebbene, se non ci fosse stata quella petulante e a volte noiosa insistenza, noi tutti oggi saremmo delle vittime predestinate perché la sinistra avrebbe già vinto le elezioni».
La svolta, spiega il presidente della Camera durante un convegno a Bologna, è arrivata con la nuova legge elettorale. «Se non fossimo stati i Signor No, non avremmo il proporzionale e avremmo già perso. Noi abbiamo ottenuto quella discontinuità spronando Berlusconi. Se non ci fosse stato questo partito e questa lealtà spesso insolente, noi avremmo avuto una débâcle. Oggi il centrodestra si è risvegliato e possiamo dire agli italiani che, se ancora ci si domanda chi vincerà le elezioni, è merito nostro». È sempre grazie ai centristi se «le riforme sono migliorate». Certo, aggiunge, ci sono cose che non vanno. Ad esempio, «abbiamo fatto lo stesso errore compiuto dal centrosinistra nella scorsa legislatura perché le riforme costituzionali appartengono a tutti e quindi avremmo dovuto cercare di approvarle ad ampia maggioranza». E se alla fine è uscito un testo accettabile, è di nuovo grazie all’Udc: «Noi abbiamo inserito il concetto di interesse nazionale. Se c’è una parte che ci soddisfa, è proprio l’intervento sul titolo V e il federalismo, che ha corretto quello che aveva fatto il centrosinistra».
Parole secche, «insolenti». È l’orgoglio di partito, solleticato dal cambio del sistema elettorale? O una nuova fase della politica delle mani libere? Il proporzionale significa competizione interna, un programma elettorale «che sarà fondato sulla famiglia» e l’ormai famoso attacco a tre punte. «Berlusconi e Fini non sono nostri nemici, sono nostri alleati - assicura il presidente della Camera - e noi non siamo i soliti moderati di comodo che vengono intronizzati dalla sinistra. Noi siamo leali». Ma attenzione: «Siamo leali anzitutto con i nostri elettori prima ancora che con i nostri alleati. Il vincolo di fedeltà è quello che si contrae nelle urne». Questo però, giura, non vuol dire che l’Udc torna all’andreottiana politica dei due forni. «Voi sapete quanto ci è costato essere leali. Non oggi che siamo al governo e che abbiamo altissime responsabilità istituzionali, ma quando nessuno avrebbe scommesso una lira sulla nostra lealtà, quando tutti annunciavano una nostra diserzione. I fatti degli ultimi dieci anni li hanno smentiti e ora non abbiamo bisogno di lezioni da nessuno».
Alleati dunque, però «diversi», altrimenti «staremmo nello stesso partito». Soprattutto centristi e centrali. «Ci tirano per la giacca, è il nostro destino perché siamo lo snodo fondamentale della politica italiana. Il punto focale dove si decide il futuro del Paese è occupato da noi, è questo centro moderato che rappresenta in gran parte la maggioranza silenziosa degli italiani». L’avversaria è l’Unione. «Criticano il proporzionale, che invece è il sistema più democratico, chi vince prende il premio di maggioranza. Se poi hanno bisogno di un margine di 200 seggi e non si 50 è perché sono troppo divisi per governare». Nel centrodestra quindi, ma non sugli attenti. «Io - dice il leader Udc - capisco la critica nei miei confronti, perché noi diamo fastidio, in quanto siamo in grado di intercettare un elettorato che i nostri alleati non intercettano, ed è quello che farà la differenza. Noi siamo stati considerati scomodi a destra ma la politica non si fa con i signorsì».