Casini, il tappabuchi che adesso fa l’offeso

Sgarbatamente, Pierferdy Casini ha ordinato ai suoi dell’Udc di uscire dall’Aula durante l’applauso a Berlusconi. Faceva l’offeso perché non era stato citato nel discorso di insediamento appena terminato. Quando poi ha parlato lui, si è impancato, ammonendo il Cav di fare «buon uso» dei voti ricevuti, come se l’altro fosse un pirla. Di seguito, ha bacchettato il neo presidente della Camera, Gianfranco Fini, che aveva richiamato Di Pietro. Così, si è capito, era roso dall’invidia perché un altro sedeva sulla poltrona che fu sua (grazie al Cav). Casini, insomma, è sull’orlo di una crisi di nervi.
Pierferdy è un tipo con un’alta e ingiustificata opinione di sé. Ha fatto la sua figura, per la graziosità del tratto, finché qualcuno lo ha diretto. Tony Bisaglia in gioventù, poi Arnaldo Forlani che comunque se il ragazzo voleva parlare gli diceva: «Tu sta zitto!», infine Berlusconi. Da quando però si è messo in proprio, sbirilla.
Col suo egocentrismo ha perso pezzi come un torpedone afghano. Negli anni se ne sono andati dall’Udc i due volte più illustri di lui, Sandro Fontana e Sergio D’Antoni, il tre volte più intelligente Gianfranco Rotondi, il gemello Marco Follini. Quest’anno, ha subito una scissione a destra con Carlo Giovanardi, passato nel Pdl, e una a sinistra con Bruno Tabacci e Mario Baccini, salvo poi precipitarsi a raggiungerli per ottenere il quorum elettorale. Ma Tabacci è già dato in uscita per il Pd e Baccini in entrata nel Pdl. Così Casini, con quattro gatti, che fra breve saranno due, è rimasto in mezzo col cerino acceso.
L’ossessione del bel Pier è il Cav. Con Follini e Tabacci è l’unico vero anti Berlusconi del Parlamento. Mentre Veltroni è «antiberlusconiano» per ragioni ideologiche e Di Pietro per le sue paturnie, Casini ce l’ha col Cav in carne e ossa. Da bravo Dc, lo considera un usurpatore, un parvenu politico che dovrebbe tornare da dove è venuto. Mentre Fini, che la pensava allo stesso modo, si è arreso (di qui l’attuale antipatia), Casini sta ancora lì impalato dopo 14 anni e quattro presidenze del Consiglio. Un testone coi fiocchi che in caso di disoccupazione Matteoli potrà usare per trivellare i tunnel.
Se gli va bene, il futuro di Pier è quello del tappabuchi. Appoggiare Veltroni, se Di Pietro si dissocia. Dare una mano al Cav, se la Lega si impunta. Ma gli toccherà anche fare i conti col suocero, il costruttore Caltagirone che, con tutti i suoi interessi, gli imporrà prudenza. Nulla, dunque, dipende da lui. Ed è ben triste che un padre di famiglia, anzi di due, non possa fare niente di testa sua.