Casini: «Torno all’Udc ma non rifaccio la Dc»

Mario Sechi

da Roma

Sorseggia un caffè, scandisce le parole mentre un sorriso gli si dipinge sulle labbra. «Ho studiato molto bene la questione...», dove la questione è il ritorno di Pier Ferdinando Casini nella vita, nei meccanismi, nelle decisioni, negli appuntamenti del suo partito, l’Udc.
Presidente Casini, quando torna a fare il segretario dell’Udc?
«Proprio in questi giorni, in attesa della campagna elettorale che si avvicina, ho studiato il modello di alcuni predecessori importanti alla guida di assemblee elettive. Posso dire che mi ispirerò nei prossimi mesi a Giovanni Spadolini. Partecipava regolarmente alle direzioni di partito, ai consigli nazionali, faceva comizi e assemblee. Nessuno ha mai detto che questa fosse una lesa maestà. Imparziale alla guida di Palazzo Madama, rigoroso nei comportamenti politici e nello stesso tempo attento come pochi altri alla sorte del suo partito, il Partito repubblicano. Mi riservo di approfondire se fosse anche presidente onorario nel momento della presidenza di Palazzo Madama, comunque non voglio diventare presidente onorario dell’Udc».
Ci sarà un ritorno, ammesso che lei se ne sia mai andato...
«No, io me ne sono andato. Nel senso che Marco Follini ha gestito il partito senza nessuna tutela né invadenza da parte mia e con grande rispetto. Follini ha fatto un lavoro straordinario».
Vi sentite?
«Sì, certo. Non abbiamo problemi di rapporti personali».
E le divergenze politiche?
«Per quanto mi riguarda non c’erano mai state. Io naturalmente credo che dobbiamo contemperare bene il rapporto tra il tema dell’identità del partito e dell’alleanza. Il tema di fondo che questo modello ha posto a tutti noi è la necessità di tenere viva l’identità - in particolare con il proporzionale - e nello stesso tempo essere l’elemento non disgregatore della coalizione. Perché questo finisce inevitabilmente, al di là delle intenzioni, per essere una cosa che favorisce gli avversari».
A proposito di avversari: l’Udc a Bolzano si è schierata con il centrosinistra. Che ne pensa?
«È una scelta sbagliata. Peraltro credo che questo in modo chiaro risulti come il pensiero dell’elettorato, visto il magro consenso elettorale ricevuto. Mi dispiace, perché questi atteggiamenti danneggiano gravemente il partito».
La legge elettorale proporzionale favorirà il neocentrismo?
«Questa legge anzitutto deve passare al vaglio del Senato che è sovrano. Saranno i senatori a decidere se la legge rimane così o viene cambiata. Se la legge fosse questa, allora constato alcune cose. Ferma restando l’esistenza di un premio di maggioranza per consentire la governabilità, questa legge dà un contributo forte alla rappresentazione del Paese per com’è».
Cioè?
«Le faccio un esempio: io vengo da una regione, l’Emilia Romagna, dove nella cosiddetta Prima Repubblica, la Dc con il 20-25% dei voti eleggeva circa 12-14 deputati e 7-8 senatori. Insomma, una cospicua delegazione di almeno una ventina di parlamentari. Oggi, con gli stessi numeri, Forza Italia ne elegge due o tre. Il rischio sul territorio è che in alcune Regioni, e penso alle Regioni rosse, la rappresentanza dei moderati sia quasi cancellata. Questo vale all’inverso per il centrosinistra, potremmo fare il caso della Sicilia e del 61 a zero».
Che però sulla riforma elettorale usa toni apocalittici.
«Capisco che per un fatto politico il centrosinistra contrasti la legge. È in qualche modo fisiologico, naturale, comprensibile. Ma consiglio a tutti nella contestazione il senso della misura. Perché sarebbe semplice prendere i ritagli dei giornali per vedere cosa diceva in passato il centrosinistra e cosa dicono ancora oggi i proporzionalisti del centrosinistra. Esiste poi un’altra questione. Si dice, in ipotesi di vittoria di Prodi - ipotesi tutta da dimostrare perché le possibilità sono cinquanta e cinquanta per entrambi - che con questa legge non riuscirebbe a governare. Ma questa è un’ammissione di un problema che non è figlio della legge elettorale, ma figlio della politica. E cioè l’eterogeneità della coalizione. Ma se l’alleanza non è omogenea, il problema è la coalizione e non la legge elettorale. Non si fa una legge elettorale squilibrata solo perché la coalizione non risolve le sue contraddizioni».
Contraddizioni che si vedranno nel programma del centrosinistra. Che ne pensa?
«Non ho letto il loro programma perché ancora non c’è».
Lei ha incontrato il presidente iracheno Talabani e proprio in questi giorni il centrosinistra sembra esser più cauto sulla guerra in Irak. Che succede?
«Ho trovato riflessioni molto interessanti in Rutelli e Fassino, hanno detto cose positive e credo che sarebbe molto grave se nella Cdl non si valorizzasse la nuova posizione sull’Irak di autorevoli esponenti del centrosinistra».
E come la metteranno con Bertinotti?
«Sono problemi che si vedranno tra loro, ma da parte del centrodestra deve essere valorizzato questo nuovo segno di responsabilità. Anche perché la prima scelta che il nuovo Parlamento affronterà sarà quella del rifinanziamento della missione in Irak».
Torniamo al centrodestra. Cosa farà Casini dopo il voto e come sarà la Casa delle libertà?
«Io sono stato il primo tra i leader del centrodestra - Berlusconi dice che è stato lui, ma mi permetto di dire che sono stato io - a sostenere che si doveva creare il partito dei moderati italiani, proprio per evitare che si aprisse una stagione di sospetti. E proprio per far capire che il tema del proporzionale è sganciato dall’assetto politico futuro. Non sono io che ho voluto rinviare a dopo la costituzione del partito dei moderati. Io lo volevo fare subito».
Quali saranno i passaggi possibili?
«Allo stato attuale, credo che la formula che abbiamo trovato sia la migliore: ciascuno prende i suoi voti e questo creerà anche mobilitazione nei singoli partiti, si risveglierà la periferia, avremo i candidati che corrono. Naturalmente, questa non è la legge elettorale che io avrei voluto...».
Pensa ancora alle preferenze?
«A mio parere le preferenze sono sempre un fattore di libertà. Rispetto a ciò che è uscito dall’Aula - e l’Aula ha bocciato le preferenze - ma ritenere che le preferenze siano un fatto di corruttela e invece votare senza preferenze un fatto di democrazia è una rappresentazione caricaturale della realtà».
C’è chi dice che le preferenze favoriscano la corruzione.
«Io penso che se un politico è corrotto lo è indipendentemente dall’occasione che gli si presenta. Ritenere che lo strumento sia destinato a corrompere è una rappresentazione di comodo. Le preferenze si potevano limitare, ma sarebbero state comunque un elemento positivo».
Più candidati, più mobilitazione?
«Votare senza preferenze mobilita certamente meno. Le faccio un esempio: ci sono partiti più d’opinione nel centrodestra, come Forza Italia, e ci sono partiti che nel territorio hanno più il rapporto con una classe dirigente. Se noi prendiamo come riferimento il risultato delle Europee dell’Udc, credo che possa essere bissato solo con una grande mobilitazione, perché in realtà più della metà delle schede allora avevano la preferenza».
C’è chi disegna questo scenario: proporzionale, preferenze, torna la Dc e Casini va dal Papa per le consultazioni. Solo fantapolitica?
«Non si capisce bene davanti a notizie date in questo modo se ridere o piangere. Forse è meglio ridere, perché pensare che sia lontanamente possibile usare il termine “consultazione” in riferimento a un appuntamento che ho chiesto al Sommo Pontefice e con il quale, a tre anni dalla visita di Giovanni Paolo II in Parlamento, mi sono limitato ad augurare a nome di tutti i parlamentari un proficuo operato nel soglio di Pietro... ecco ritenere che questo possa essere compatibile con il termine “consultazioni” o con la creazione di nuovi partiti è una cosa che veramente fa scappar dal ridere. È ovvio che l’azione della Chiesa prescinde dai partiti politici, la Cei non dà indicazione di voto sui partiti, ci mancherebbe altro che lo facesse il Papa. Il Santo Padre, per altro, è molto informato sulle cose italiane e l’unica rivelazione che posso fare è che vede i nostri telegiornali». (Sorriso)
Ma il fronte laicista attacca l’interventismo della Chiesa. Perché?
«L’interventismo di Benedetto XVI non c’è, forse c’è ancora aperta per molti la ferita del referendum. Il concetto di laicità a mio parere discende dal principio di libertà, che deve valere per tutti, per la Chiesa quando parla di pace, condanna l’installazione degli euromissili o la guerra in Irak, chiede attenzione alle nuove povertà, sollecita un mondo più giusto. La Chiesa che in questi casi viene vista in modo salvifico da tutti i partiti, allo stesso modo quando parla di questioni antropologiche che riguardano l’uomo e il suo futuro deve avere diritto di cittadinanza. Non è che le si può concedere il diritto di parola a seconda delle convenienze politiche».
Dopo il referendum sta nascendo un nuova unità dei cattolici?
«L’elemento vero del referendum è la entrata in campo di tanti laici, penso al Presidente del Senato Marcello Pera, che sui temi della fecondazione hanno espresso una scelta basata su motivazioni personali molto forti, non su scelte di fede. Queste personalità sono state il vero elemento nuovo. L’altra novità è stata la presa di posizione per il non voto al referendum che, per la prima volta, ha dato una grande prova di unità nel mondo cattolico, a partire dai movimenti ecclesiali, che in passato su altri temi andarono in ordine sparso».
Ci sarà il partito del referendum?
«Non credo alla possibilità né all’utilità della riproposizione di un partito dei cattolici. Non credo che sia utile. Ritengo invece che sia fondamentale per una politica che guarda al futuro e per la politica dei moderati italiani, attingere al grande patrimonio di valori e alla tradizione identitaria della Chiesa italiana».
Immigrazione. La guerriglia urbana in Francia cosa ci insegna?
«Mi consenta una battuta, anche se su questo tema meno se ne fanno e meglio è. Ogni tanto chiudo gli occhi e mi chiedo che cosa succederebbe se questi incidenti capitassero in Italia. Noi, che siamo sempre esterofili, pensiamo che i vicini siano migliori di noi... Il mondo di oggi è difficile da vivere e questa vicenda lo dimostra. Ho trovato inappropriato l’intervento di Romano Prodi, ma il tema che ha posto è da approfondire. Cos’era la provincia italiana fino a qualche anno fa?».
Non era forse come oggi?
«Erano la piazza, il campanile, la caserma dei carabinieri, la farmacia, un tessuto urbano che era segno di identità e di umanità. Oggi l’agglomerato urbano sta perdendo queste caratteristiche, abbiamo periferie dense di enormi caseggiati che disperdono qualsiasi tessuto di relazioni, amicizie. Abbiamo i vecchi da soli in estate, c’è il problema dell’educazione dei bambini. Mia nonna è vissuta in un piccolo paese da sola fino a 98 anni, abitava in un appartamento dove tutti giorni i bambini che tornavano da scuola andavano da lei e i vicini di casa le stavano accanto. Oggi questo tessuto è lacerato e la città è spersonalizzata. Se a questo aggiungiamo la presenza di extracomunitari clandestini e disoccupati disperati...».
Presidente, non è solo una questione di disagio.
«Certo, ci sono altri fattori. La relazione di ieri del ministro Pisanu ci ha detto: state attenti, noi sappiamo bene che i ragazzi che protestano per la riforma Moratti non sono animati da propositi violenti e hanno un anelito di libertà, ma nei cortei, alle spalle di questi ragazzi, c’è qualcuno che fomenta violenza. E se a questo aggiungiamo l’illegalità a Bologna, le bombe per la Tav, allora c’è un problema che non è di protesta politica o disagio sociale. Stiamo attenti e non cerchiamo di avere forme di complicità o di connivenza con l’illegalità».
Illegalità, un problema che nella sua città, Bologna, ha toccato con mano il sindaco Cofferati.
«Un mio amico mi ha telefonato dicendomi: ma come? Tu hai espresso solidarietà a Cofferati. Io non solo l’ho espressa, ma la ribadisco. La legalità dovrebbe essere un patrimonio comune, un valore di tutti e invece abbiamo un sindaco costretto a portare in consiglio comunale un ordine del giorno sulla legalità, è assurdo».
Lei è presidente dell’Internazionale dei parlamentari. La sfida globale è quella della povertà. Soluzioni?
«Il tema vero è quello che in queste ore stanno ponendo gli Stati Uniti che sfidano l’Europa sulla liberalizzazione dei mercati. Questa è la grande questione dove l’Europa è in ritardo per via di politiche protezionistiche come quella dell’agricoltura. Non possiamo chiedere al contadino boliviano o afghano di non coltivare droga se poi i suoi prodotti non possono circolare nell’Unione Europea. Allora cosa facciamo? Risolviamo il problema mandando qualche Ong che ci salva la coscienza. Abbiamo dato una finta solidarietà ma ci guardiamo bene dall’aprire i nostri mercati. Questa è inevitabilmente la questione del futuro».
Mario Sechi