Casini vuol riprendersi il partito Follini: «Mi hanno lasciato solo»

Il contrasto fra i due non è più un gioco delle parti e nell’Udc si parla di «gelo totale»

Fabrizio de Feo

da Roma

Il messaggio risuona da giorni, chiaro e luminoso come un semaforo rosso opposto alle intemperanze provenienti dalla segreteria del suo partito. «Le primarie non saranno certo una resa dei conti» recita Pier Ferdinando Casini.
Sembra la consueta frenata tattica, l’ennesima puntata di quel gioco delle parti che, fin dall’inizio della legislatura, vede il presidente della Camera indossare i panni del pompiere e Marco Follini quelli dell’incendiario. Stavolta, invece, c’è sotto qualcosa di più. La prassi dello schiaffo e della successiva carezza non viene rispettata. Anzi, per una volta, è il massimo inquilino di Montecitorio a infliggere, se non un schiaffo, almeno un buffetto non proprio amichevole al suo alter ego politico. Come se non bastasse l’invito alla calma sulle primarie viene accompagnato, 48 ore dopo, da un gesto concreto: il via libera di Casini al proporzionale senza le agognate preferenze. Un «sì» che accende tensioni tra i due leader udiccini e fa dire a Follini una frase che suona come una presa di distanza dal suo collega di mille battaglie: «Mi hanno lasciato solo».
Nel Transatlantico di Montecitorio, il giorno dopo lo «strappo», la tensione che sembra dividere la premiata ditta Casini-Follini fa discutere. C’è chi minimizza e fa rientrare tutto nella logica della corsa alla premiership. «Stiamo assistendo al ritorno in campo di Casini come leader politico» dice un parlamentare centrista. «È chiaro che anche lui deve segnare il campo e ricordare chi è che comanda nell’Udc, un partito dove, se vorrà presentarsi alle primarie, dovrà rientrare con un incarico ufficiale. Il disaccordo non può che essere un esercizio provvisorio». Altri, invece, sottolineano che Casini avrebbe divergenze di metodo e di merito rispetto alla linea del «suo» segretario. In particolare avrebbe giudicato gratuito l’affondo pubblico con cui Follini ha sottolineato che «l’Udc non ritiene che Berlusconi sia il miglior candidato premier per le Politiche». Casini, inoltre, è dell’idea che non sia più tempo di marcare continuamente la distanza dagli alleati ma sia arrivato il momento di riaccendere il fuoco della coesione interna, anche alla luce della concessioni incassate tanto sul proporzionale quanto sulle primarie. Per il massimo inquilino di Montecitorio, poi, c’è solo una strada possibile per l’Udc: quella dell’alleanza con Forza Italia, Lega e An. Un percorso obbligato che lascia perplesso il segretario, deciso a tenere aperta la porta d’uscita, magari anche solo come carta da giocare al tavolo della trattativa. «Dentro il partito circolano sondaggi che ci assegnano quasi il 10% qualora si scelga una navigazione solitaria, contro un 5/6% in caso di accordo con il centrodestra» fa notare un altro esponente di Via Due Macelli. «La tentazione di raccogliere quel consenso esiste».
Malinteso, incomprensione o reale dissenso politico, resta il fatto che sulla legge elettorale è stato Pier Ferdinando Casini a dettare la linea al suo partito. Un ruolo «politico» che lo espone agli inevitabili attacchi dell’opposizione. Non è un caso che ieri, ai deputati del centrosinistra rimasti in Aula a vigilare contro il rischio «pianisti», il presidente abbia replicato con fermezza, scandendo bene le parole: «Io sono un presidente di ga-ran-zia. I colleghi dell’opposizione dovrebbero saperlo: è raro trovare un presidente di garanzia come me». Una rassicurazione rivolta all’aula in attesa di un’altra rassicurazione: quella che i parlamentari dell’Udc attendono sulla solidità della «diarchia». A mediare, ieri, pare ci abbiano provato in molti. Mario Baccini, ad esempio, ma anche il capogruppo Luca Volonté, che ha insistito molto con il «consiglio» di vedersi e incontrarsi. Una tessitura che però non scioglie ancora il nodo, visto che nel tardo pomeriggio un dirigente del partito parla di «gelo totale» tra i due. Lo stesso Casini preferisce glissare. Vedrà Follini? «Sono 35 anni che ci incontriamo». Una battuta che strappa un sorriso ma certo non rassicura l’animo delle truppe centriste.