Caso Abu Omar, il pm all’avvocato della Cia: "Parla come le Br"

"Frasi già sentite negli anni di piombo": così ha replicato Spataro al
difensore dell’agente Seldon che aveva invocato una "soluzione politica". Il generale Pollari chiede la testimonianza di Prodi, Berlusconi, Parisi e Martino. Il suo legale: "Per difendersi dovrebbe violare il segreto di Stato mettendo a rischio la sicurezza nazionale"

Milano - Seldon Lady, l’ex capocentro della Cia a Milano, mischia le carte. Chiude il codice penale e apre il capitolo delle mediazioni politiche. «La soluzione del caso Abu Omar è politica», afferma il suo avvocato, Daria Pesce, che subito dopo rinuncia al mandato. Armando Spataro, il pm che vuol processare uno squadrone di agenti del servizio segreto americano e del Sismi, replica gelido: «Queste cose le abbiamo già sentite in passato ai processi alle Brigate rosse». Seldon Lady, dunque, come i Curcio, i Franceschini, i Moretti. Inizia così, fra scintille e polemiche, l’udienza preliminare in cui si dovrà stabilire se spedire a dibattimento i trentacinque imputati, accusati a vario titolo di aver partecipato al sequestro dell’imam, prelevato in via Guerzoni a Milano la mattina del 17 febbraio 2003.
Storia tormentatissima, quella di Abu Omar, che ha messo in imbarazzo i governi di Italia e Usa, ha messo a soqquadro l’intelligence tricolore, ha acceso il dibattito fra opinionisti ed editorialisti. Ora si apre un’altra crepa, profondissima: la magistratura milanese e gli 007 della Cia si scomunicano reciprocamente. E questo nel giorno in cui il generale Niccolò Pollari, l’ex capo del Sismi travolto proprio da questa storia, annuncia che chiederà la testimonianza in aula di Romano Prodi e Silvio Berlusconi.
Insomma, l’udienza preliminare rischia di provocare un cortocircuito istituzionale. «O Pollari viola il segreto di Stato - spiega il suo avvocato Titta Madia -, mettendo così a repentaglio la sicurezza nazionale, o non ha possibilità di difendersi. Qualche autorità deve farsi carico di questa situazione e prendere una decisione». Ecco, quindi, il tentativo di portare in campo i big del Palazzo e di trovare una sponda istituzionale. Una mossa che la Procura considera pretestuosa, poco più di un bluff. Ma Pollari è deciso e punta in alto, chiamando in causa il premier e il suo predecessore a Palazzo Chigi, e poi, a catena, Gianni Letta, Antonio Martino, Arturo Parisi, Enrico Micheli. «Tutte le autorità preposte ai servizi. Tutti loro - aggiunge Madia - dovranno rispondere sulla ferma contrarietà espressa dal generale Pollari a qualsiasi atto di illegalità».
È davvero un’udienza preliminare piena di spine quella che va in scena nell’ufficio blindatissimo del gip Caterina Interlandi. Abu Omar fu rapito mentre la stessa Procura di Milano, che da tempo indagava su di lui, si preparava a chiedere il suo arresto, ritenendolo un terrorista. Trasportato in gran segreto ad Aviano, e poi in Germania, Abu Omar fu trasferito rapidamente in un carcere egiziano dove sarebbe stato torturato e dov’è recluso tuttora.
La magistratura di rito ambrosiano vuol processare 26 agenti americani, tutti latitanti, un agente del Ros e cinque del Sismi; inoltre, solo per favoreggiamento, gli agenti del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno e il vicedirettore di Libero Renato Farina. Ma la normale, anche aspra, dialettica fra le parti non trova spazio, almeno per l’incipit. Daria Pesce è esplicita: «Il mio cliente, ritenendo che la soluzione di questo caso sia politica e non giudiziaria, disconosce l’autorità giudiziaria. Intanto io ho rinunciato al mandato non essendo un mediatore politico ma un difensore che assiste un cliente davanti ai magistrati». Armando Spataro, che con Ferdinando Pomarici rappresenta l’accusa ed è un magistrato di lungo corso, para immediatamente la stoccata: «Queste cose le abbiamo già sentite in altre aule, quando i brigatisti si dichiaravano prigionieri politici e affermavano di non riconoscere la giustizia italiana».
Finalmente, si entra nel vivo. I pm depositano tre volumi di atti, sequestrati nella base del Sismi in via Nazionale a Roma: fra le carte una piantina di via Guerzoni e una nota del maggio 2003 in cui la Cia comunicava al Sismi che Abu Omar si trovava in Egitto. Inoltre i pm mettono a disposizione delle parti una memoria scritta dallo stesso Abu Omar e arrivata tramite il suo legale dal carcere del Cairo. Pollari alza il sipario sui piani alti della politica e il suo difensore Titta Madia mette le mani avanti: «I documenti tuttora coperti dal segreto di Stato attestano come il generale abbia manifestato con comportamenti precisi il suo rifiuto a collaborare a qualsiasi atto di illegalità». Poi spiega che Pollari sarà in aula, ma non vuole scoprire le carte: «Ci sono problemi di sicurezza e non credo che possa essere resa pubblica la data della presentazione del generale ai giudici». Anche l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini si proclama innocente. Dal carcere di Pavia, dov’è rinchiuso per l’inchiesta Telecom, affida un messaggio all’avvocato Luigi Panella. «Chi mi conosce - sono le sue parole - sa che non ho mai tradito il Paese ma ho sempre e solo lavorato nell’interesse esclusivo della nazione».
Intanto alcuni senatori dell’Unione - fra di loro Cesare Salvi, Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson - pongono un imbarazzante quesito al Guardasigilli Clemente Mastella: «Perché il ministro non ha dato seguito alle richieste dell’autorità giudiziaria nei confronti di 26 cittadini statunitensi?». Si prosegue il 29 gennaio.