«Un caso anche a Genova: decisi di aspettare»

Adriano Sansa, come presidente del tribunale dei minori di Genova, ritiene giusto che un magistrato possa fare scelte definitive per il destino di una bimba?
«Io non vorrei essere nei panni di quel giudice, questa è una situazione che fa tremare i polsi e mi auguro che abbia fatto la scelta giusta. Però spesso siamo chiamati a un compito di sovrumana difficoltà e qualcuno deve decidere cosa è meglio fare per un minore».
Per esempio i genitori.
«Anche loro non hanno il diritto di vita o di morte su un figlio. Inoltre spesso sono in disaccordo. Uno dei due si oppone solo perché si lascia prendere irrazionalmente dalla paura. E l’organo pubblico è costretto a intervenire anche in zone estreme della legittimità d’azione».
Le è capitato un caso analogo a quello australiano?
«Sì, diversi. L’ultimo l’anno scorso. Si trattava di un bambino di età scolare che non aveva caratteri sessuali ben definiti. E bisognava decidere se intervenire e farlo diventare un maschio o una femmina».
E cosa avete deciso?
«Abbiamo prima sentito il parere di medici, psicologi che ci avevano consigliato di aspettare un’evoluzione psicofisica più definita. E noi abbiamo seguito l’indicazione. Ma la decisione è stata comunque molto sofferta e complicatissima».
In questo caso la bimba ha 12 anni, non è piccola?
«Ci sono dodicenni che per la loro esperienza personale sono più maturi di molti adulti. Non si può generalizzare. Si devono valutare aspetti psicologici e anatomici, perché la natura a volte è drammaticamente contraddittoria».
Come si sente un giudice dopo aver preso una scelta irreversibile?
«Consapevole di aver deciso con umiltà in una materia in cui abbiamo grandi limiti che lasciano spazio anche ad errori».